Il tramonto muore ma l’alba vive

Di Giorgio Di Dio

Terra Murata.  Casa mia, due metri di strada e lo strapiombo a mare, Capri di fronte, la penisola sorrentina sulla sinistra, l’abbazia di san Michele Arcangelo a due passi.

I due gabbiani lanciano grida nel cielo terso e limpido, si allargano in volo, poi sterzano e con un atterraggio spettacolare sono di fronte a me sulla strada.

Aspettano la loro razione di pezzettini di wurstel.  Ci sono abituati, oramai sono di casa, si fermano sul balcone, bussano alla porta, chiamano con i loro versi gutturali.

Sono sempre solo loro due, tengono lontani tutti gli altri. Ci sono decine e decine di gabbiani che volano nel cielo, ma nessuno di loro osa scendere giù. I miei due gabbiani hanno stabilito un cerchio che è il loro territorio, nessun altro si deve avvicinare, nessuno può aggredire e strappare le buste dell’immondizia.

Sono i miei guardiani, oramai indifferenti a tutti i turisti che passano, attenti solo a chiedere il cibo che tocca a loro e a difendere la mia casa, la mia strada da qualunque altro uccello.

Non dai turisti, però. Quelli hanno il diritto di passare quando vogliono per questa strada che è un percorso turistico pedonale, con un panorama incredibile

I turisti poi, si fermano a fotografarli o a filmarli e loro si sentono onorati da tanta attenzione.

Anche se, ogni tanto, capita qualcuno un poco strano.

Come quello che si avvicina adesso.  Cammina sbandando, sembra che barcolli, il panama sulla testa che gli cade, che lui raccoglie, sulla spalla una borsa con gli attrezzi per la fotografia, in mano una Nixon che deve costare una cifra.

«Salve» dico «tutto bene?»

«Si, si» risponde. «Purtroppo, questa è l’ultima tappa del mio viaggio. Ho visitato quelle che io considero le perle del mediterraneo, la penisola sorrentina, la costiera amalfitana, Capri, Ischia. L’ultima è la capitale italiana della cultura, Procida, ed eccomi qui a Terra Murata, alla ricerca dei segni della cultura.»

«Ma allora lei doveva venire prima. Doveva venire nel pieno di “Procida capitale italiana della cultura”. Doveva venire quando ci sono stati gli spettacoli, le sfilate, gli acrobati, la pianista che suonava sospesa nell’aria, il capitano Achab e Moby Dick, doveva venire quando c’è stato Mattarella e poi dopo, con gli innumerevoli eventi che hanno reso Procida famosa nel mondo».

Non finisco neanche di parlare che sta già rispondendo.

«No, no. Io sono venuto adesso perché le manifestazioni gli eventi, la notorietà sono cose passeggere, momentanee. Voglio vedere, e lo voglio vedere ora, quello che   è rimasto dopo l’anno di capitale italiana della cultura»

«Si giri e guardi» rispondo «Cosa vede? Vede il mare. Che grande risorsa è il mare per quest’isola. Ci dà da mangiare, ci porta il benessere, ci porta cultura, perché i procidani girano tutto il mondo, fanno nuove conoscenze, imparano nuove cose

Qui ovunque ti volti non vedi che il mare. Ma non è più solo nostro il mare.

Da quando Procida è diventata capitale italiana della cultura migliaia e migliaia di persone lo hanno solcato trascinati da un sogno di quiete, di pace, portati su quest’isola da una dolce brezza che piano piano è diventata tempesta.

Sono arrivati i turisti in un numero inimmaginabile. Il turismo è l’altra nostra risorsa, quella che può affiancare o, in alcuni casi, sostituire il mare.

Io lo predico da anni, non possiamo accontentarci solo del mare doppiamo sviluppare un’isola altamente turistica, dobbiamo dare un’alternativa a quelli che non vogliono navigare. E per questo noi abbiamo puntato sulla cultura. Cultura è la nostra capacità di capire appieno il posto in cui viviamo, di sviluppare i nostri rapporti con gli altri, di offrire ai turisti un’accoglienza che li faccia sentire bene e con la ferma intenzione di ritornare».

Lo vedo che si agita. Vorrebbe interrompermi ed è solo per educazione che non lo fa. Ma appena mi fermo un attimo lui ne approfitta.

«Certo il turismo è una buona cosa. Può essere l’altro futuro di Procida. Ma non è un poco troppo il turismo di Procida capitale della cultura? Mi hanno raccontato che nell’anno di Procida capitale c’è stata un’invasione che non si era mai vista nella storia di Procida. Un’incredibile fiumana di turisti che occupava ogni più piccolo spazio. Io non credo che oggi i turisti, ma neanche gli abitanti, vogliano una massa di gente per le strade, locali super affilati, ristoranti irraggiungibili, difficoltà persino per prendere un caffè. I turisti si aspettano da Procida la genuinità, l’unicità, l’emozione dei paesaggi da gustare in tutta tranquillità. Il territorio di Procida si presta a un turismo calmo, di gente che cerca la cultura, la bellezza.  Si dovrebbe incentivare la scoperta del territorio, delle spiagge, dei sentieri, dei percorsi naturali, si dovrebbe puntare a una maggiore destagionalizzazione che migliori la diversificazione delle presenze turistiche».

«E chi le dice che questo non sia stato fatto? L’amministrazione ha stabilito dei percorsi turistici, una segnaletica che porta a percorsi da vedere».

«Mi hanno raccontato di troppa gente. Un gomitolo, un lungo filo di cotone che scivolava per le strade, saliva sui gradini delle case, riempiva le chiese, bloccava le porte delle case, sommergeva le auto. Una folla di volti di tutte le razze da cui emergevano le voci delle guide, talvolta coi megafoni.»

«In realtà questo è successo solo qui a Terra Murata che è stata scelta come meta di tutti gruppi turistici mondali. In tutto il resto di Procida c’è stata folla sì, ma accettabile».

«Accettabile? Non è quello che ho sentito io. I residenti si sono trovati fisicamente sommersi e, proprio per questo ci sono stati pochi contatti umani».

«Io non credo. Tutti i pubblici esercizi, alberghi, ristoranti, bar, son stati contentissimi. Hanno avuto un pienone che non si era mai visto prima. E poi, insomma, secondo lei, cosa dovremmo fare?».

«Io credo che il danno sia oramai fatto. Adesso bisogna sperare che finiscano questi eccessi e che veniate liberati da questo turbinio effimero e che ritorni un turismo con cui si possa ristabilire un contatto con il vostro essere procidani. Amanti del turismo, si, ma senza rinunciare a sé stessi e alla visione procidana della vita».

«Facile a dirsi. Come in tutte le cose tra il dire e il fare, è proprio il caso di dirlo, c’è di mezzo il mare. Mica li puoi fermare i turisti. Se decidono di venire vengono. E   mica i puoi scegliere. Chiunque può permettersi una vacanza a Procida lo fa. E poi, le ripeto, qui tutti i pubblici esercizi sono contenti»

«Ma non gli abitanti. E, a quanto ho sentito nemmeno gli esercenti vogliono un turismo eccessivo. Molti non ce la fanno a reggere una stagione come quella dell’anno scorso. Troppo stress, diventeranno vecchi prima del tempo».

«In conclusione? Lei parla, parla, ma non dà una soluzione».

«Non c’è una soluzione. Le cose dovranno cambiare da sole. Mi dicono che già questo luglio ci sono state molte presenze in meno dell’anno scorso. Agosto sarà pieno ma alla fine è solo un mese. Consideri l’anno di Procida capitale come un tramonto. Come tutti i tramonti è un giorno che muore. Poi viene l’alba che è un giorno che vive».

Poi si allontana con la sua andatura barcollante, la borsa sulla spalla, la Nixon in mano, il cappello che cade, lui che lo raccoglie.

Scompare dietro la curva, ma nell’aria piena di sole, restano le sue parole

«Il tramonto muore ma l’alba vive».

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