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Il Venerdì Santo procidano prima del coronavirus

Di Giacomo Retaggio

E’ notte. Una notte fredda ed umida di fine inverno e di inizio primavera. È la notte che precede il venerdì santo. In genere non riesco a dormire, ma da anni fin da piccolo, mi prende l’ansia per la processione, per il mistero. Oggi non è così. Quest’anno la processione non si fa. In questa notte il silenzio grava su Procida come una cappa che non lascia spazio. Per gli anni scorsi, quando tutto era libero e fiorente, per la strada si sentivano chiacchiericci di persone, urla di bambini che con il mistero sulle spalle si indirizzavano a Terra Murata. E poi c’era una cosa che mi faceva strabiliare: il suono della tromba, la famosa tromba del venerdì santo Procidano.  Sono affacciato alla finestra di casa mia che dà sul vicolo prospiciente da cui passavano i confratelli suonatori con la tromba. Erano tutti amici. Arrivati sotto casa mia facevano a gara a chi doveva lanciare lo squillo più forte.  Io mi affacciavo alla finestra e li salutavo con gioia, loro rispondevano con i loro squilli acuti. Era quasi sempre prima dell’alba. Faceva quasi freddo. Quasi sempre li invitavo sopra casa mia a prendere il caffè, qualche volta salivano, qualche volta no, ma era una riunione amicale carica di una sensazione di calma e di benessere. Oggi c’è silenzio assoluto. La tromba, i confratelli, i ragazzi con i misteri, la gente che si dirige a Terra Murata o alla Congrega dei Turchini non ci sono più. Rimango affacciato alla finestra per il resto del tempo. Fa freddo, in casa sono sveglio solo io, l’unico residuo di un uomo legato alle proprie tradizioni ed ai propri affetti. Fa freddo. Mi chiamano da dietro, è mia moglie che mi dice di non stare più al freddo e che mi dice di prendere un caffè caldo, mai consiglio fu più ben accetto. Ricordo che quando era piccola mia figlia si svegliava di colpo e si innervosiva quando la tromba lanciava i suoi squilli sotto la sua finestra, io cercavo di convincerla, oggi non ha più motivo di innervosirsi: la tromba non c’è. Vorrei scendere in mezzo alla strada per andare incontro al Cristo che sale a Terra Murata, ai confratelli, ai misteri, ma non lo posso fare, perché c’è il divieto per il coronavirus.

Comincio a viaggiare con la mente, adesso il Cristo sta per uscire dalla congrega dei Turchini; si sente forte il canto del Benedictus e il Salvete Cristi Vulnera, canti della passione che fanno accapponare la pelle. Le voci rudi e spontanee della gente conferiscono un carattere di popolarità e di fede. Con gli occhi della mente vedo il Cristo sulle spalle dei portatori scendere per le scale della Congrega, l’ampio portone sotto il porticato dallo stile romanico.  La gente cammina in silenzio per le strade recitando salmi e preghiere; l’atmosfera è carica di una spiritualità profonda che solo il venerdì santo procidano dà. La temperatura è piuttosto umida e la gente si restringe nei baveri delle giacche e dei cappotti. Vedo con gli occhi della mente questa massa di popolo inerpicarsi paziente e resistente per la salita di San Rocco ed io dietro. Dalle finestre delle abitazioni prospicienti esce un odore di caffè e di pastiera. Le donne di casa stanno già preparando il pranzo di mezzogiorno a base di carciofi, i famosi carciofi procidani, pesce arrostito alla brace e calamari imbottiti. È la tradizione, Cristo dal suo letto di dolore, assolve e guarda con indulgenza questi preparativi. Viaggiando con la mente io sono andato più avanti e mi sono fermato a Semmarezio nella curva prima della chiesa lasciando scorrere la gente che sale a Terra Murata. Mi fermo, comincia a piovigginare. L’atmosfera è cupa e pesante; è la tipica aria di passione. Mia madre diceva che a venerdì santo, quando il tempo era così, era “aria di passione”. Quanta verità, santa donna! Dal portoncino più avanti si affaccia sulla soglia una donna che conosco da anni ed era mia cliente. Nel frattempo comincia a piovere forte. Dai pressi del Cristo sbuca subito un’incerata che copre la statua per ripararla. La magnifica opera dell’Antriceni, gioiello del barocco napoletano e del settecento, è di legno e l’acqua la rovina facilmente. Diverse volte, nella sua storia, la scultura è incorsa in piovaschi. La donna mi fa cenno di entrare in casa sua per ripararmi. Entro in questa casa perché l’acqua cade giù intensamente. Questa donna , tutta “casa e chiesa” si chiama Natasha; come direte voi? Si Natasha…..il nome è dovuto alla madre, follemente innamorata dei fotoromanzi e così è nata Natasha che anziché crescere sulle rive del Volga è cresciuta sulla banchina della Corricella. La donna mi offre un caffè caldo, poi da un ruotolo taglia un pezzo di casatello con il criscito e me ne porge un pezzo. Mi piace molto perché è la tradizione procidana che rivive. Fuori l’acqua scoscia molto forte. Il Cristo si è riparato nella chiesa della Madonna delle Grazie.  La donna mi rivolge una domanda: “ Dottò non siete d’accordo che qualunque cosa di cattivo ci manda il Signore è il frutto dei nostri peccati?”. Allora io rimango sorpreso dalla domanda della donna e rispondo:”Dio nella sua immensa bontà non può mandare il male, ma ricordati che, dopo che Caino aveva ammazzato Abele, il Signore gli domandò – Caino dov’è tuo fratello Abele?- e questi rispose -Non lo so- aggiungendo subito dopo- son forse io il custode di mio fratello?-  Vedi, mia cara, l’Abele dei nostri tempi è il pianeta, è il mondo che stiamo distruggendo nella nostra sete di danaro. Noi genere umano, quando rispondiamo al Signore che ci ha colti in fallo proprio nella rovina del pianeta diciamo -e che ne so io? Son forse io il custode del pianeta?-. Le similitudini tra Caino, Abele e il genere umano sono forti e questo potrebbe essere il principale peccato dell’uomo moderno con tutte le sue conseguenze“. La donna mi guarda perplessa. Non capisco se ha compreso il senso del ragionamento o no. Ma non ha importanza perché è una brava donna e nel genere umano non acquista merito verso Dio chi ha cultura e capisce ma chi è buono di animo ed è semplice.

Lentamente smette di piovere. Dopo un poco esco da quella casa e mi avvio per la strada di San Leonardo, anche questa strada che ogni anno brulicava di gente e risuonava delle voci dei ragazzi che salivano con i misteri appare come deserta. Ma all’improvviso un altro scroscio di acqua violento mi costringe a ripararmi sotto il tunnel del nautico. Questa volta si accoppiano anche lampi e tuoni come se fosse la manifestazione  di un dio, l’indice sulle malefatte dell’uomo. Il tutto con una magnifica colonna sonora con gli scoppi del “Dies Irae” del Requiem verdiano. È libeccio e chissà per quanto tempo questa situazione sarà altalenante. Dopo una decina di minuti spiove, esco e mi indirizzo per la strada che mi porta alla marina. Anche qui, a differenza degli altri anni, c’è pochissima gente in giro. Dalle pasticcerie non esce l’odore tipico dell’acqua di millefiori. Procida è stravolta, come se avesse avuto uno schiaffo in pieno volto. Abbi pietà di noi Signore e proteggici.

 

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