Intervista esclusiva ai familiari dei marittimi sequestrati in Somalia

MARITTIMI SEQUESTRATI IN SOMALIA: A NAPOLI PRESIDIO DI PROTESTA PERMANENTE PRESSO LA SEDE DELLA SOCIETA’ ARMATRICE “FRATELLI D’AMATO”

In via dei Fiorentini abbiamo intervistato la mamma di Fabrizio Bon, marittimo sequestrato sulla nave “Savina Caylyn” assieme agli italiani Enzo Gurdascione, Giuseppe Lubrano Lavadera, Gianmaria Cesaro, Antonio Verrecchia e diciassette indiani. Inoltre abbiamo ascoltato la voce dei parenti di Enzo Guardascione sempre più preoccupati e disperati per la sorte del marittimo procidano.[youtube q9ZsJr7dfAU]
di Gennaro Savio– Nel Corno d’Africa, sulla nave “Savina Caylyn”, continua il calvario per diciassette marittimi indiani e cinque italiani ostaggio da ormai otto mesi dei pirati somali. Dopo le dure manifestazioni di protesta svoltesi a Trieste, Piano di Sorrento, Procida e Roma, i familiari dei sequestrati hanno deciso di dare vita a un presidio di protesta permanente nella città
di Napoli, a pochi passi dal Municipio napoletano sulle cui balconate
l’Amministrazione De Magistris ha consentito l’esposizione di uno striscione
con i volti di Eugenio Bon, Enzo Gurdascione, Giuseppe Lubrano Lavadera,Gianmaria Cesaro e Antonio Verrecchia i cinque italiani rapiti dai pirati
>somali. In via dei Fiorentini, presso la Sede della società armatrice
>“Fratelli D’Amato”, i congiunti e gli amici dei sequestrati fanno a turno
>stazionamento fisso. La mamma di Eugenio Bon da Trieste si è praticamente
>trasferita a Napoli già da alcuni giorni. “Rimarrò qui sino a quando la
>“Savina Caylyn” non sarà liberata”, ci ha detto mostrando una foto del
>figlio risalente a dodici anni fa quando Eugenio si imbarcò per la prima
>volta. “E’ un incubo dal quale sembra impossibile uscirne”, ha proseguito la
>combattiva madre del marittimo triestino che ha aggiunto: “Poi si prova
>tanta desolazione. Sarà che Eugenio è figlio unico per cui tutti i sacrifici
>che hai fatto nel vederlo crescere, sembrano siano stati quasi inutili e ti
>chiedi perché questo accanimento della vita nei tuoi confronti”. La cosa che
>rattrista di più i parenti dei marittimi prigionieri in Somalia è il
>sentirsi letteralmente abbandonati dallo Stato. “Questo sentirsi isolati e
>non essere considerati per nulla. Ecco, questo abbandono ci fa star male”,
>ha tagliato corto alla domanda che le abbiamo rivolto in merito. “Se potessi
>dire qualcosa a mio figlio, ha concluso la signora Bon, gli direi che stiamo
>qui ad aspettare il suo ritorno. Anche se non sente più le gambe deve tener
>duro e col suo cuore, se sta ancora palpitando, deve sentirci”.
>Quotidianamente si recano in via dei Fiorentini anche la mamma e la sorella
>di Enzo Guardascione, letteralmente addolorate per quello che sta accadendo
>al loro Enzo. “Abbiamo il cuore a pezzi”, ha esordito la mamma di Enzo.
>“L’impotenza di non poter far nulla ci sta distruggendo fisicamente e
>mentalmente. L’ultima telefonata che ci ha fatto è stata sconvolgente. Era
>disperato e noi da qua nonostante tutto abbiamo fatto il possibile per
>fargli coraggio”, ha concluso la signora Guardascione. “L’ho sentito
>arrabbiato e sicuramente sarà stato picchiato anche lui. Ha detto che le
>loro condizioni di vita sono ormai inimmaginabili e che hanno subito cose
>che nemmeno nei film dell’orrore più drammatici si sono mai viste”, ha
>dichiarato la sorella Annarita.
>
>Il papà di Enzo, umile lavoratore del mare in pensione, è sconvolto per la
>lunga prigionia del figlio. “Non ho più lacrime. Vorrei addormentarmi e non
>svegliarmi più, ci ha detto Luigi Guardascione, il papà di Enzo. Quando mi
>sveglio, ha continuato tremante, penso sempre a lui. Avvolte penso che se
>uno muore chiude il libro e se ne fa una ragione. Noi invece in questo modo
>non possiamo più vivere. Chi di dovere prenda provvedimento. Questo voglio
>dire allo Stato e ai padroni della nave”. Poi sul volto di questo coraggioso
>uomo di mare, sono ricominciate a scendere le lacrime. “Voglio bene a mio
>figlio”, ha sussurrato a bassa voce. “Vorrei vederlo stasera qua, baciarlo e
>finire perché non ce la faccio più a vivere così. Non voglio dire più
>niente. Lo voglio bene a mio figlio, tanto, tanto. E mi manca, mi manca
>tanto”, ha concluso con un filo di voce e con gli occhi azzurri come il mare
>sempre più lacrimanti e sofferenti. La straziante testimonianza dei
familiari di Enzo Guardascione a cui va tutta la nostra solidarietà umana e
sociale, la dice lunga sulla sofferenza che da mesi stanno patendo i parenti
dei marittimi sequestrati da mesi in Somalia. Noi, naturalmente, non ci
stancheremo mai di ripetere che è a dir poco vergognoso che nell’Italia del
bunga-bunga e dei reality show le Istituzioni del nostro Paese non si siano
attivate affinché già tempo i nostri marittimi venissero liberati e questo
nonostante giorno per giorno rischino la vita coi mitra puntati alla testa,
con il cibo che scarseggia, in una situazione iginico-sanitaria terrificante
e in condizioni di salute sempre più precarie: che vergogna!!!

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