La consapevolezza di sé stessi

di Michele Romano

Socrate, rivolgendosi al giovane Alcibiade, gli fa presente che da parte sua c’è eccessiva presuntuosità nel voler guidare Atene, rivaleggiare con i re di Sparta e di Persia se non ha conosciuto ciò che è fondamentale approfondire per mettere in moto tali azioni. Cioè quello di occuparsi di sé stesso nella propria profondità. Perché gli uomini devono preoccuparsi in primo luogo della propria anima per affrontare l’avventura esistenziale sul palcoscenico del mondo. È un invito a coltivare la propria passione con l’ausilio della ragione. In tal senso, Epicuro considera essenziale il filosofare come esercitazione permanente alla cura di sé stesso. Ciò lo esprime in tal modo. Né il giovane sia riluttante a filosofare né il vecchio spenga l’ardore filosofico perché non si è abbastanza giovani né tanto vecchi per vigilare sulla salute dell’anima. L’uomo che cura il corpo e l’anima diventa costruttore di uno status sereno in cui il proprio estro non è più agitato e, parimenti, il corpo supera l’angoscia, il dolore.

Ciò deriva anche dal fatto che l’essere umano, l’unico tra gli esseri viventi, contiene la configurazione della delega divina alla cura di sé, con la possibilità di esplicare un libero arbitrio, avendo avuto in dote la ragione, intesa come facoltà originale, in grado di armonizzarci con tutte le facoltà naturali. è un privilegio, un’offerta vincolante nel momento in cui ci viene donata la libertà è necessario caricarsi la responsabilità di applicarsi intensamente. Non significa che l’impegno dedicato a sé stessi rappresenta il rintanarsi dentro il recinto dell’isolamento e della solitudine. Al contrario è un’ampia apertura alla socialità, alla consapevolezza, alla costituzione di una moltitudine di sé stessi forma un “noi”, un insieme, una comunità verso un cammino cosciente che, pur nella variopinta diversità, conduce, dolcemente, verso una visione ideale del bene comune. Probabilmente, seguendo tale sentiero, possiamo affrontare il punto dolente del vivere comunitario, l’aporia ossia il passaggio impraticabile, la strada senza uscita, la mancanza di soluzioni per rendere concreta l’astrazione della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, della reciprocità, dall’essere governati da uno spirito amorevole. Tanto da far emergere l’immagine bifronte dell’uomo, simile al tempo di Giano, con i due volti della pace e della guerra. E qui, c’è urgente bisogno che la ragione esca dal soporifero torpore in cui appare immerso, riacquisti la sua energia vitale, con sagace pacatezza accompagnata dall’ardore della pietas, dolce e delicata, in modo da far risplendere la dignità e il valore della vita, della persona in tutte le sue multiformi espressioni, sia come singolo che come insieme collettivo. Forse una traccia da seguire ce la offre l’essenza dell’amicizia epicurea che ci invita al buon senso spingendoci a gustare i beni nella maniera più gradevole possibile e ci rende fortificare ad affrontare i mali con tutta la pazienza di cui siamo capaci.

Postilla Finale

Date le convulsioni drammatiche, tragiche, violente che investono la politica, le istituzioni, le famiglie e in tutte le nazioni nella loro complessità urge aprire, usando un’espressione sanitaria, un ambulatorio dell’anima da dove non si deve uscire dopo aver gioito ma dopo aver sofferto perché per entrare bisogna acquisire la condizione di medicare le proprie ferite, fermare il flusso della corrente dei propri umori, planare la propria mente nel dare tranquillità armonica alla drammatica conflittualità tra l’istinto belluino e spirito cosmico che soffia dentro di noi.

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