La giostra Quirinale. Per chi suona la campana?

di Nicola Silenti da Destra.it

Manca ormai una manciata di ore all’inizio delle votazioni che sveleranno al popolo italiano il nome del nuovo presidente della Repubblica italiana. Lungi dal diventare realtà infatti il sogno di un presidente eletto a suffragio universale e non a furor di Palazzo è ancora di là da venire, e chissà per quanti settennati ancora. Fra partiti del presidente e sostenitori di un sempre meno realistico Mattarella bis, nelle stanze che contano è tutto un profluvio di trattative più o meno segrete, alleanze indissolubili, candidature strampalate o bocciature senza appello, rosari di nomi impossibili e cordate ingaggiate in un frenetico lavorìo sottotraccia pronto, alla prima occasione utile, a palesarsi all’universo mondo spacciando per salvatore della Patria il nome giusto al momento giusto.

Le chances di un mandato bis per il presidente attuale sembrano ormai soffocate senza appello dalla tenace volontà dello stesso Mattarella, che in più sedi e in più occasioni non ha mai mancato di ribadire con l’identica strenua fermezza la volontà di non ricoprire per la seconda volta lo stesso incarico. Una decisione che ha tarpato le ali ai tantissimi peones di Camera e Senato in cerca di una certezza su tutte: la stabilità a tutti i costi del Governo in carica, unica vera garanzia di portare i lavori parlamentari a fine legislatura maturando così il tanto agognato vitalizio. Una chimera, il vitalizio, che in tantissimi tra gli attuali onorevoli non potranno di certo sognare una seconda volta, come confermano ogni giorno di più le proiezioni del prossimo voto politico e lo tsunami che attende al varco la politica italiana.

Sgombrato il campo dal quasi onnipotente Silvio Berlusconi, in realtà mai davvero in possesso dei voti di una maggioranza qualificata, appare tutt’altro che sicuro che il ruolo da protagonista di questa conta possa essere l’attuale presidente del Consiglio Mario Draghi, da tutti indicato come il candidato ideale per il colle più ambito d’Italia ma in realtà considerato da tutti gli schieramenti un pericoloso fattore di incertezza per il prosieguo della legislatura parlamentare. A fronte di un Draghi che abbandona il governo, infatti, non appare nessuno all’orizzonte in grado di prenderne il posto col sostegno pressoché unanime di finanza, impresa e parti sociali, condito dal sostegno delle mille sigle e dei mille partiti che rappresentano oggi in ordine a dir poco sparso i monoliti di un tempo: destra, centro e sinistra.

Non sembrano poi disporre delle stigmate del leader i vari Marta Cartabia (a dispetto della sua pesantissima appartenenza al movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione) e Letizia Moratti (da sempre figura di riferimento del mondo bancario e di Confindustria), pur con un discreto carico di credibilità acquisito in anni di lavoro al servizio delle istituzioni. Un background di appartenenza che vale a priori di sicuro qualcosa più di una chance di candidatura, anche se alla fine della corsa a rivelarsi il fattore decisivo per lo scranno più ambito può essere l’appartenenza al genere femminile: uno status questo che in un Paese con una smisurata coda di paglia come l’Italia può rivelarsi a volte l’aire determinante in grado di dare quella marcia in più. Cozzano col buonsenso, il buongusto e un sano e onesto senso del ridicolo nomi come quello di Giuliano Amato e Pierferdinando Casini, professionisti di una politica politicante che in epoca di Covid e altre sciagure rischia di essere per tanti italiani un vero e proprio incitamento alla rivolta civile: un inno alla ribellione anti sistema ben più seducente delle adunate no vax e delle innumerevoli ragioni di scontento che affondano il Paese nella palude dell’immobilismo.

Tutte da vedere poi le velleità di eventuali outsider dell’ultim’ora come Elisabetta Casellati e soprattutto Paolo Gentiloni, riserva della Repubblica e nome buono per tutte le stagioni. Tutti papabili, tutti ammissibili, tutti candidati.

Ancora qualche giorno e si parte con la giostra di microfoni e telecamere. Sullo sfondo il dilemma di sempre: riuscire a individuare chi sarà davvero a dire l’ultima parola. L’Europa ci guarda.

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