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Processione Misteri 2012 procida -foto by Max Noviello procida.tv

La Processione del Venerdì Santo, l’anima di Procida

Processione Misteri 2012 procida -foto by Max Noviello procida.tvDi Giacomo Retaggio (procidano dentro e fuori)

Caro turista,

a te che verrai a Procida dal mare Venerdì Santo prossimo per la processione vorrei dire alcune cose. Ma mi trovo più a mio agio a chiamarti “caro frastiero”, ovverossia “caro forestiero”. Devi saper che per noi procidani chi viene dal mare, è sempre “’nu frastiero”. Sia esso italiano, inglese, francese, americano o di qualsiasi altro paese ancora. E Procida si può raggiungere solo dal mare. Si dice che Procida non ami i “Frastieri”, ma non è vero. Anzi! Forse i Procidani si portano dentro le urla di “Allah abcar!” e le scimitarre, sguainate e luccicanti al sole, dei corsari barbareschi che venivano, sempre dal mare, a razziare ed uccidere gente inerme, ma, ormai, tanto tempo è passato. Nessuno ci pensa più e tu turista, o “Frastiero” che dir si voglia, sei bene accetto, anzi desiderato. Ma devi sapere che, assistendo alla Processione dei Misteri, tu entri nell’anima di Procida. Questa piccola isola, uno scrigno di bellezza, è rimasta verace ed autentica nella sua ritrosia; un po’ defilata, quasi rinchiusa in se stessa come una bella donna che si riveli solo a colui da cui sa di essere amata. Amala, quest’isola! E non ti deluderà. Anzi non ne saprai più fare a meno. Per comprendere Procida ed i Procidani devi assistere alla Processione. Questa è un rito antichissimo, di oltre quattrocento anni, che si è svolto sempre, ogni anno, anche nei tempi bui delle guerre. Anzi in quegli anni tristi, di fame e di lutti, al passaggio del Cristo morto, la gente si riconosceva nelle sofferenze del Redentore. E si chiedeva: “Posso, Signore, io lamentarmi delle mie sofferenze se tu hai patito tutto questo?” Molti, ai lati della strada, piangevano: la catarsi del pianto. Oggi, però, quasi nessuno piange più…Forse perché stiamo troppo bene ed il benessere non predispone alla commozione ed al pianto. Caro “frastiero”, il Venerdì Santo procidano potrebbe essere usato per uno studio antropologico del territorio: dal comportamento nei suoi riguardi puoi arguire se uno è un Procidano autentico o meno. Se un giovane isolano si ammazza di fatica, sacrifica notti di  sonno, ci rimette soldi di tasca propria per preparare il “Mistero”, puoi essere sicuro che si tratta di un Procidano verace; se una donna  di notte, alla luce di una lampada, aguzza la vista per ricamare trame dorate sul vestito di un “angioletto”,un figlio, un nipote, per farlo sfilare in processione, stai certo che è una procidana autentica; se, nel mese che precede il Venerdì Santo, qualcuno  di notte ode, di lontano, il suono lacerante ed angosciante della tromba emesso dai giovani che si esercitano ed ha un brivido lungo la schiena, è di sicuro un procidano vero. Se devi venire a Procida venerdì prossimo, fallo di mattina presto. Attraversa la marina indorata dai raggi del sole da poco sorto. Sentirai l’odore stimolante del caffè provenire dai bar; il profumo della pastiera appena sfornata ti solleticherà passando davanti la pasticceria; vedrai pesce freschissimo, odoroso di mare, esposto nelle pescherie; fasci di carciofi procidani, floridi, gonfi che promettono delizia al tuo palato; inerpicati per la via del “Canale” e poi, ancora, per l’altra via che da S. Leonardo porta a “Semmarèzio”. Qui giunto, guardati attorno, sei nel centro antico dell’isola, stracarico di secoli di storia, rimasto tale e quale nel tempo; la gente comincia ad affollarsi, ti preme tutt’intorno, cercati la sistemazione migliore, tra poco scenderà la processione. L’attesa si fa spasmodica, senti il vocìo della folla, il pianto disperato di qualche bambino strappato al sonno anzitempo. La folla aumenta; decine e decine di macchine fotografiche sono pronte ed ansiose di fissare qualche momento interessante; volti di turisti nordici, biondi, lentigginosi gli occhi sbarrati a guardarsi intorno; i Giapponesi (tutti uguali da non distinguerli l’uno dall’altro) ridono impercettibilmente dietro gli occhiali; giovani mamme aspettano con ansia che i loro figli scendano in processione. E poi, ad un certo momento compare il gruppo della “ tromba”; è un suono lacerante, lugubre, seguito da te colpi di tamburo; se avverti qualcosa dentro sei già entrato nell’anima di Procida; sfilano gli altri “Misteri”: scene della vita di Gesù, della Bibbia, rappresentazioni di istanze sociali, di protesta; tu ti chiederai cosa c’entrano queste ultime con la processione, ma, vedi, è proprio questo che la mantiene sempre viva ed attuale: i giovani urlano in tal modo la loro rabbia contro le ingiustizie del mondo; sfilano “Misteri “, mastodontici, lavorati al traforo, pesanti; i portatori, tutti giovani robusti ed in salute, avvertono, ma non sentono la fatica: fieri ed in una sorta di gara fra di loro hanno lavorato per mesi per realizzarli e questo è il loro momento; sfilano le “ultime cene”, bellissime, colme di cibo, pesci enormi e succulenti dei nostri mari; il profumo dell’aceto nell’aria mattutina ti stordisce e ti stuzzica; cosa sarebbe il Venerdì Santo procidano senza questo odore penetrante? Sfilano i confratelli con le candele accese, la cosiddetta “torciata”; sono seri, compunti, impeccabili nel loro sacco bianco e la mozzetta turchina; devi saper che questa processione da quattrocento anni è organizzata dalla Congrega dei Turchini; sfilano gli “angioletti”; sono bambini vestiti da un abito nero ricamato in oro, alcuni camminano per fatti loro, altri, proprio piccoli!, vengono portati in braccio dai padri, zii e parenti vari; alcuni dormono con la testolina sulle spalle del portatore; non ti meravigliare se qualche giovane donna si infila nel corteo per sincerarsi delle condizioni del suo bambino: è un vezzo, un’usanza del tutto procidana; e non ti meravigliare se qualche altra donna si infila per dare al “suo “ angioletto un “raffaiuolo”: cosa sarebbe il Venerdì Santo procidano senza l’”angioletto” con il “raffaiuolo” in mano? Ad un tratto l’atmosfera si fa seria, il silenzio prende il sopravvento, le facce diventano compunte: è comparsa sulla discesa la statua del Cristo morto. Forse tu non la conosci, ma è una scultura in legno bellissima; sembra che ti parli. La leggenda dice che sia stata scolpita da un carcerato della Casa penale procidana, ma non è vero perché nel 1728 (data riportata sulla scultura) il carcere a Procida ancora non c’era. E’ una statua molto pesante; i confratelli portatori fanno dei turni per portarla; intorno Carabinieri in alta uniforme; dietro le autorità e poi la gente, una folla silenziosa ed orante. Nell’aria le note della marcia funebre, la “Ione”, quasi sinonimo del Venerdì Santo procidano; puoi suonare le marce funebri di Chopin, di Beethoven, di Mahler, tutte bellissime e musicalmente superiori, ma la gente non le apprezza, non le sente sue: tutti vogliono sentire solo la “Ione”. Cosa sarebbe il Venerdì Santo procidano senza questa marcia? Se anche tu, caro “frastiero”, cominci a pensarla così, è probabile che tu stia già diventando un poco procidano dentro. Ma fa attenzione, Procida è una sirena, ti affascina, ti conquista, non ne saprai più fare a meno. Già, al passaggio del Cristo morto, hai sentito qualcosa dentro che non eri avvezzo a provare: un senso di mestizia, di languore, di struggimento, un bisogno di interrogarti sul senso della vita e della morte. La folla, nel frattempo, sciama verso il porto per assistere ancora alla processione, ma da un’altra prospettiva. Tu sei rimasto nella piazza di “Semmarezio”, confuso, stordito, con un languore nello stomaco. Sarà fame? Pensi. Dove posso andare a mangiare? Poi rifletti che il Venerdì Santo è un giorno di dolore e non si dovrebbe assecondare l’istinto mangereccio. Chi lo ha detto? Cristo non ha mai insegnato che non bisogna mangiare, anzi le migliori cose le ha fatte a tavola. Caro amico, ti do un consiglio: scegli un ristorante qualsiasi (a Procida si mangia bene ovunque), fatti preparare un bel pesce, come quelli che hai visto sulle cene della processione, (alla griglia o al forno, scegli tu), due carciofi di quelli che si mangiano tirando le foglie una ad una, sporcati le mani di olio, innaffia il tutto con un buon bicchiere di vino e vedi che dopo ti sentirai in pace con il mondo ed i tuoi simili. E quando nel pomeriggio partirai, dal ponte della nave ti girerai a guardare Procida che si allontana e non potrai fare a meno di pensare che quest’isola ti ha arricchito lo spirito ed il corpo. E’ proprio vero che il Venerdì Santo procidano è una giornata particolare…

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4 commenti

  1. Caro Giacomo , sei sempre straordinario, i tuoi incalzanti suggerimenti al “furastiere ” li ho fatti anche miei e alla fine mi sono trovato emozionato e peccatore.. porterò i miei nipotini Australiani a far assaporare questa nostra bella usanza e a farli sentire discendenti di questa magica isola e parte di questa gente vera.

  2. John Calise ( Wishy)

    bellissimo articolo

  3. Gennaro Cibelli

    Chi meglio di Voi caro Dottore poteva tradurre in parole umane il vero significato del nostro Venerdi Santo? Nessuno. Complimenti vivissimi caro Dottore e tanti auguri di buona Pasqua!

  4. Giacomo Retaggio

    Grazie a tutti!

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