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Pirateria marittima: rilasciata MV Blida e il suo equipaggio

Il cargo battente bandiera algerina Blida (fonte: © Jerzy Nowak)

di Ferdinando Pelliccia (Liberorerter.it) La prigionia dei marittimi membri dell’equipaggio della MV Blida è finita. Ieri è giunta la conferma che nave ed uomini sono stati rilasciati dai pirati somali. Il cargo battente bandiera algerina era stato catturato lo scorso primo gennaio a circa 130 km a sud est del porto di Salalah, Oman, mentre era in navigazione verso il porto di Mombasa, in Kenya. La nave è gestita da una società con sede in Grecia, la Sekur Holiding INC., mentre la proprietà è algerina, la International Bulk Cariers associata alla Compagnie Nationale de Navigation. A bordo del mercantile 27 membri d’equipaggio, 17 di nazionalità algerina e altri 10 di diversa nazionalità. Si tratta di 6 ucraini, tra cui il comandante, 2 filippini, un giordano e un indonesiano. Dopo 11 mesi di prigionia 25 marittimi, parte dei membri dell’equipaggio della MV Blida sono ritornati liberi. Altri due erano già stati rilasciati, senza il pagamento di un riscatto, dai pirati somali la metà dello scorso mese di ottobre.
I due lavoratori del mare erano gravemente ammalati e necessitavano di cure ospedaliere. Uno era algerino e l’altro ucraino.

L’annuncio ufficiale del rilascio dei marittimi e della nave algerina è stato dato dal portavoce del ministero degli Esteri algerino, Amar Belani. Il governo algerino ha ribadito che nessun riscatto è stato pagato ai pirati somali per la liberazione dei marinai algerini.

Nei mesi scorsi proprio per sollecitare il governo di Algeri nel fare in modo che i marittimi della MV Blida tornassero a casa sani e salvi si è creato un vasto movimento d’opinione nel Paese nordafricano. Un movimento che assieme alle famiglie di questi lavoratori del mare ha inscenato numerose manifestazioni. L’Algeria, come tanti altri Paesi, non intende ne trattare ne pagare alcun riscatto, almeno ufficialmente, ai pirati somali. Dopo la cattura della nave, in Algeria, era stata creata un’unità di crisi composta da funzionari del ministero degli Esteri e dei Trasporti e membri della società nazionale algerina di navigazione marittima, CNAN. Lo scopo era di raccogliere informazioni e tenere i contatti con la nave e i sequestratori. Da allora però, l’unità di crisi non ha mai fornito notizie su eventuali esiti del lavoro svolto. Un copione già visto in altre parti del mondo. Tutto ciò non evidenzia altro che forse i governi dei Paesi a cui appartengono i marittimi, che cadono nelle mani delle gang del mare somale, non facciano abbastanza per riportare a casa i loro connazionali. Al tempo stesso indica quanto sia alto il malessere e la sofferenza dei familiari degli ostaggi lasciati dai loro governi senza notizie sulla sorte dei loro cari.

Alla fine sembra che la gang del mare che li aveva in custodia abbia deciso di accettare i 3,5 mln di dollari che erano stati offerto loro dall’armatore in cambio del rilascio della nave e del suo equipaggio. Inizialmente i pirati somali avevano chiesto 6 mln di dollari.

Con molta probabilità i predoni del mare hanno  accettato per un unico motivo.  Incassare denaro da reinvestire poi, in altre imprese piratesce.Quello in corso è un periodo di magra per i pirati somali. La causa è da ricercare prima, nel fermo stagionale, terminato a metà settembre, e poi, per l’aumento del ricorso a team di sicurezza a bordo delle navi, da parte degli armatori. Questi due fattori hanno fortemente ridotte le possibilità di successo nell’assalto alle navi nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano e di conseguenza di poter chiedere un riscatto per il rilascio della nave catturata. Tutto questo sta spingendo i predoni del mare verso anche altre fonti di reddito come il rapimento di turisti e operatori umanitari stranieri. L’attività criminale a cui si sono dedicati i somali frutta loro molto bene. Dopo che nel 2008 l’incasso era stato di 55 mln di dollari e, nel 2009 di quasi 100 mln di dollari, nel 2010 nelle casse dei pirati sono entrati oltre 100 mln di dollari e nei primi 9 mesi del 2011 i riscatti pagati hanno già superato quota 100 mln di dollari.

In  mano ai pirati somali restano circa 25 navi e circa 500 marittimi prigionieri. Tra essi ci sono anche 11 italiani. Difficile però, dire con certezza quanti in realtà siano i marittimi ostaggi dei predoni del mare. Di certo però, solo il 10 per cento di essi provengono da Paesi OCS. Gli altri provengono da Paesi come India, Ghana, Sudan, Sri Lanka, Pakistan, Filippine e Yemen. Questi uomini sono, per i moderni filibustieri, oltre che una fonte di guadagno, anche una garanzia di incolumità. I marittimi-ostaggi vengono infatti, utilizzati anche come scudi umani contro ogni eventualità come un blitz militare per cercare di liberarli. Nelle loro mani vi sono però, anche altri marittimi. Si tratta di persone che i pirati trattengono senza una nave e che si trovano tenuti prigionieri a terra o su altre navi catturate. Tra questi gli equipaggi della MT Asfalto Venture,  MV Orna,  MV Leopard e la coppia di velisti sudafricani dello yacht SY Choizil catturati alla fine del 2010.

Nel 2010 gli ostaggi caduti nelle mani dei pirati somali avevano raggiunto il numero record di 1181 marittimi. Nel 2011 il loro numero è stato poco superiore ai 600. Per un po’ di tempo non si è parlato di nuovi attacchi pirati, ma nelle ultime settimane sembra che il fenomeno della pirateria
marittima si sia ‘risvegliato’. Questo è dovuto in parte al fatto che la stagione dei monsoni  è terminata per cui i predoni del mare hanno potuto riprendere la loro attività. All’inizio del mese di ottobre scorso è scattato infatti, l’allerta per una nuova ondata di dirottamenti.

Ferdinando Pelliccia

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