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L’isola come emblema di accoglienza e condivisione

Oggi, in occasione della Festa del Santo Patrono, facciamo i nostri migliori auguri ai tanti Michele e Michela che vivono a Procida e fuori dall’isola. Auguri al nostro “micaelico” prof. Romano del quale pubblichiamo una riflessione su di una problematica cocente della nostra quotidianità.

Di Michele Romano

PROCIDA – L’alba filosofica si è svelata e continua ad alimentarsi alla fonte dove, al sorgere del sole, il cuore e la mente incontrano lo stupore e la meraviglia davanti a ciò che la quotidianità del vivere offre a noi come soggettività e collettività.

Ebbene, poiché siamo stati educati, ogni mattina ci alziamo, a tale peculiare approccio con l’immediatezza del percorso vitale, scopriamo una cosa mirabile: cioè la televisione diventa, come per incanto, davanti al tragico esodo di moltitudini di donne, bambini, giovani, anziani dai loro luoghi natii a causa di guerre, carestie, fame e mostruose ingiustizie locali, una agorà altamente educativa e, contemporaneamente, un argine ai devastanti assalti dei populisti, razzisti, xenofobi, omofobi, misogini, misantropi, in altri termini, di coloro che hanno espulso dalla propria esistenza l’emozione di guardare il cielo, di amare, di piangere, di sorridere, di mettere sulle spalle come fece Enea con il vecchio padre Anchise, il naufrago che sta per perdere la vita.

Tutto ciò ci ha trasmesso la visione del film “Lampedusa”, oramai nome simbolo, avamposto marino dell’accoglienza e della solidarietà verso gli immigrati ai quali, una pseudo civiltà impregnata di superbia ideologica ed epidermica, alzando muri, pretende di non riconoscere l’asse portante insito nel concetto di persona cioè “il senso della dignità”. E qui, davanti a codesta documentazione visiva di persone, schiacciate dal dolore, dalla miseria, dalla violenza belluina del Caino, ci viene spontaneo ritenere che, nell’immediato, le realtà marinare, principalmente le isole, facciano corpo unico con la loro bellissima consorella situata davanti alle porte dell’Inferno. Come? Semplicemente costruendo un approccio, un “humus” culturale che metta al centro del vissuto quotidiano le coordinate dell’accoglienza e della solidarietà. Su questo aspetto la “polis micaelica” per storia, per tradizione marinara, per una densa e sensibile memoria di migranti per terre lontane, per trovarsi immersa dentro uno scenario di straordinaria bellezza dove la narrazione migratoria, sia omerica che virgiliana, ci assorbe da Capo Miseno (timoniere di Enea) al golfo miceneo del Genito sotto l’ala protettiva dell’incomparabile isolotto di Vivara, possiede tutte le credenziali per diventare una testa di ponte di una problematica che attraverserà il mondo per lungo tempo, al termine del quale, il globo terrestre subirà una profonda trasformazione. Al momento non si può prevedere se in peggio o in meglio, come noi, credenti della speranza, auspichiamo.

Postilla finale: ecco l’occasione per dare vigore, impulso ed essenza territoriale ad una importante istituzione come il Premio Elsa Morante sorto dagli emblemi letterali di Graziella ed Arturo. In che modo? Impegnare cuore e mente per liberarlo dalla muffa in cui è stato imprigionato e farlo diventare “la fiaccola vivente”, un punto di riferimento forte per una narrazione che guida ad esplora l’ignoto, la diversità ad educare alla condivisione, alla convivialità, alla disponibilità. In altri termini farlo diventare uno dei motivi peculiari per cui Procida possa avere una corsia preferenziale per tanti viandanti. Perché li si trova il luogo dove si fa comprendere che siamo tutti migranti e niente ci appartiene per sempre.

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