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NON SO DI SAPERE

Di Porfilio Lubrano    

Il clima appesantito di troppo sapere lascia presagire il fraintendimento per una certa voluta confusione organizzata, come se insomma lo status quo di disorientamento fosse stato messo lì – apposta – a tacere per non sottacersi fino a smentirsi di dominio di troppe coscienze. Cosi deresponsabilizzatosi sui c.d. grandi temi, il dibattito politico è come si sentisse naturalmente legittimato a degradare su “esili riformette”, della serie per quel che passa il convento; di talché quell’elevatissimo dibattito di un tempo che svariava di splendida erudizione da sinistra a destra , fra gli onorevoli e grandi statisti  Berlinguer ed Almirante passando per Aldo Moro, sembra sempre   più una chimera, dissolta dal senso di un futuro sempre più macabro di crescita e sviluppo di ermeneutica statuale, per tante troppe interpretazioni di forme di stato e di forme di governo lasciate a se stanti come in balia di tutto e tutti, persino delle rondini in cieli sempre più offuscati sicchè mancanti di polis micaelica, oppure per dirla con consono senso del relativismo pirandelliano del “ cosi è se vi pare “, ovvero come se l’estremizzazione concettuale fosse la regola e l’ordinario l’eccezione. Si accrescono dunque la sfiducia e la rassegnazione come ad essere concesso a tutti il potere senza freni, come ad essere insomma cani sciolti di un mosaico da “tosacane“(e con tutto il rispetto per costoro)  privilegiato dei tempi, esseri prescelti per ciò che è  delirio intellettuale,   deriva  populistica del saper dover essere cittadino modello, ovvero senza essere educato ai dettami della democrazia e del potere – appunto – acquisito ed ancor di più consolidato democraticamente e quindi meritatamente acquisito e consolidato giacchè demandato a soggetti capaci, preparati ed acculturati per essere in grado di gestirlo in modo consono,  come dell’esempio di Gramsci giusto per sintetizzare. Di talchè, la formazione, la educazione e persino la elaborazione di ciò che non può che essere preparazione del cittadino al concetto di statuale, ovvero come ente politico e giuridico non può prescindere dalla preliminare conoscenza, da una informazione radicale e basilare di tali concetti come per l’esempio della legge elettorale, Pertanto sistemi elettorali maggioritari e proporzionali, misti in elaborazioni commiste,  sembrano susseguirsi come di un “bombardamento“ confuso, asistematico e disorganico, avulso ed antitetico invece a ciò che ne è corretta conoscenza che non può prescindere a sua volta dalla volontà chiara di trasmettere cotanta conoscenza: sembra insomma di assistere ad un modello comunicativo fondato sul relativismo pirandelliano del “ cosi è se vi pare “ quantunque i concetti praticizzati sarebbero ben visibili a tutti dando vita finalmente alle c.d. grandi riforme e quindi in primis, con una legge elettorale che assicuri stabilità governativa e rappresentatività democratica al contempo. Pertanto che non ci sia volontà in tal senso,  solo un forte richiamo al senso di responsabilità delle forze politiche e connessa assunzione di essa,   può scardinare, introducendosi alla  “polis micaelica“ per scacciare convenienze antidemocratiche e di opportunismi vari da status quo  – presunto – insuperabile; in sintesi mettere insomma da parte personalismi ed egoismi individualistici equivale a prevenire dittature in un assunto tanto ampio da essere assimilabile al sempre attuale pensiero platonico  (trasfuso nel capitolo VIII delLA REPUBBLICA), ovvero che la democrazia e l’oligarchia sono le due cause da cui nascono le dittature, ovvero da un uso distorto della libertà (con il quale – appunto – muore la democrazia), oppure da un governo di pochi di fatto sussistente per le condizioni da terreno fertile venutesi a creare per la crescente  sfiducia della gente (cfr., ad esempio, ultimo  risultato elettorale  dei cinque stelle e della lega, giusto per esemplificare), come a mettere in discussione persino la naturale struttura/destinazione unitaria socio-economica-politica del paese, come insomma a dover rottamare tutto. Uno stato effettivamente democratico,  laico, equidistante che assicuri democrazia estesa paritariamente ad ogni livello fra stato-apparato e stato-comunità,  dunque non dovrebbe avere nemmeno la pretesa di scomodare la triade  hegeliana filosofia-religione-politica di destra e sinistra storica, eccetto che per il crisma di autenticità da organicità e sistematicità di tale quadro d’assieme per uno spirito d’assieme che, in quanto tale,  si cementi alimentandosi degli stessi sviluppi statuali insiti in esso; il tutto anche perché appare comunque riduttivo assimilare tale assunto complessivo a conservatori oppure progressisti per giustificare un certo clima da commistione ed “ingerenze“ continue (senza più confini/distingui certi), ovvero fino a rischiare di minare in “limine litis“ lo stesso fondamentale profilo ideologico strictu sensu considerato, come insomma ad essere perenne introduzione a scontri e litigi fra le forze politiche (non solo diverse ma anche intestine, a “corrente alternata “ prima eventualmente di trasformarsi in altre diverse realtà- strutture/movimenti politici)  anziché confronto nella dialettica democratica. Volute inconsapevolezze quindi sembrano soggiogare per soggiogarsi di artate contraddizioni fino al paradosso di “organizzare“ confusioni e disorientamento, in fondo alla fine tutto – o quasi – tutto torna per tornaconti parziali e riduttivi rispetto invece alla interezza naturalmente insita nella democraticità estesa a tutti i livelli di naturale appartenenza giuridica e politica, con in primis la rappresentatività del popolo, della sua sovranità esercitata – appunto – con i propri rappresentanti eletti. Più in concreto, ad esempio, (e senza avere la pretesa di possedere la bacchetta magica), un sistema elettorale proporzionale con alta soglia di sbarramento, a doppio turno e con premio di maggioranza,  può ben legittimamente ritenersi adeguato ai tempi, ovvero potere tranquillamente “gareggiare“ con il millennium sostanziale di questa  ormai annosa, continua – quasi – ossessa, esasperata corsa ad elaborare un sistema elettorale consono nel senso complessivamente suesposto; quindi questo “millennium” è tale per “legittimare “persino sapientoni del sapere giuridico e politico, è come insomma il clima, l’aria che si respira dettasse la singolare – costitutiva e legittimante – regola di NON SO DI SAPERE, come a trincerarsi, fino a ingenerare il sospetto di “marciarci “ su  recondite inconsapevolezze, su scogli troppo duri da superare, sulla estrema difficoltà – per non dire – impossibilità di cambiamenti positivi, anzitutto in termini  di chiarezza democratica, di certezza del diritto pubblico,  secondo il criterio da meritocrazia democratica: sembra insomma il paradosso di una artata interversione dell’assunto socratico del “so di non sapere“, ovvero come a mettere le mani avanti per non smentirsi di altre inevitabili  pessimistiche prospettive, cosicchè chi riesce a governare – seppure per poco – viene a trovarsi in una botte non solo di ferro ma addirittura  d’acciaio, inattaccabile sempre e comunque, “tanto è impossibile“ sfuggire a questo status quo, a questi tempi troppo duri per essere veri; l’eredità è troppo pesante, ancora sembra dire NON SO DI SAPERE. L’arcano senso di una volontà mancante o comunque incapiente ed insufficiente ad esprimersi di riforma, non può dunque essere di continuo ostacolo all’avveramento della interdipendenza fra atto presupponente (maturità e connesso senso di responsabilità) per dar vita all’atto presupposto che non può che essere stabilità governativa per le buone sorti del paese, imperniata sul criterio e  principio direttivo insiti in ciò che è l’essenza della democrazia.

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Un commento

  1. Dopo

    aver cercato di leggere questo prolisso scritto, penso che Porfirio dovesse cambiare il titolo da : “Io SO di non sapere ” socratico

    a “Non sapere nemmeno di sapere qualcosa” …… ” a differenza del detto socratico….

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