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Occupazione Nautico: i motivi secondo gli studenti

occupazione caraccioloIeri sera i rappresentanti degli studenti hanno chiesto di incontrare i rappresentanti dei genitori nel Consiglio di Istituto per illustrare anche alla componente genitoriale le ragioni dell’occupazione iniziata nella mattinata del 10 dicembre. Qui si seguito il documento che sintetizza l’essenza della protesta dei ragazzi di Procida.

Noi studenti dell’Istituto Superiore ITN “F. Caracciolo” IM “G. da Procida” con il presente documento vogliamo portare a conoscenza dei docenti e dirigenti dell’intera comunità scolastica le ragioni della nostra protesta e partecipazione alla mobilitazione studentesca e lavorativa che sta interessando l’Italia contro il Piano Scuola, la legge di stabilità e il Jobs Act del governo Renzi.
Infatti il contenuto delle diverse proposte del Presidente del Consiglio non lo condividiamo..

La Buona scuola” auspicata dal ministro Giannini non risponde alle esigenze di un sistema scolastico frantumato e distrutto dai tagli dei ministri Gelmini e Moratti. Il contributo volontario, il caro libri, il caro trasporti gravano pesantemente sulle tasche delle famiglie, soprattutto in quelle con maggiori difficoltà e non garantiscono un’accessibilità gratuita al diritto allo studio. La riforma, attraverso l’introduzione di capitali privati all’interno degli Istituti, mina le fondamenta per una scuola di qualità, uguale in qualsiasi contesto sociale e culturale.

La legge di stabilità taglia circa 1 miliardo a scuola, ricerca e università: quale buona scuola ci può essere con presupposti del genere?
Il Governo ha lanciato nei mesi scorsi la consultazione online sul piano “La Buona Scuola”; 136 pagine propagandate da spot televisivi e da un tour di “1.600” incontri.
L’intenzione era di offrire a tutti i cittadini, e quindi anche a noi studenti, un parere sul Piano di riforma della scuola, con lo scopo di essere aiutato a migliorare le proposte, a capire cosa manca, a decidere cosa sia più urgente cambiare ed attuare. Lo slogan era “Perché per fare una Buona scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”.
In realtà è stata una farsa e senza la possibilità di intervento per i protagonisti primi della scuola: cioè noi studenti e gli insegnanti. E questo lo chiamavano ascolto.

Il tentativo di legittimare dal basso la trasformazione della scuola con una consultazione è stato subito smontato dallo stesso Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini la quale ha dichiarato che in ogni caso le linee guida, stabilite dall’alto prima delPawio della consultazione, non potevano cambiare.
Il Governo ha mostrato indifferenza verso le critiche provenienti dalle piazze e dagli istituti.

Con questa occupazione abbiamo aperto un dibattito pubblico e orizzontale tra noi studenti, per individuare i punti critici del sistema scolastico e la loro possibile soluzione.
Innanzitutto dobbiamo dire che la legge finanziaria 2015, in contraddizione con le belle pagine della Buona Scuola, ha tagliato i fondi per i corsi di recupero, ha tagliato circa 30 milioni per il Mof (miglioramento dell’offerta formativa), ha vietato l’assunzione di supplenti per un solo giorno, anche se nella scuola non vi sono docenti con ore a disposizione utilizzabili per le supplenze.
La riduzione delle risorse finanziarie, insieme al divieto di assumere i supplenti dal primo giorno, rischia di rendere la vita ancora più difficile a noi alunni e ai docenti

Il Mof è calato dai 1.480 milioni dell’anno scolastico 2010/2011 al 984 dell’anno scorso. La legge finanziaria 2015 ha stabilito che questa somma sarà decurtata di circa altri 350 milioni a seguito dell’accordo contrattuale per finanziare un corrispondente incremento della retribuzione fondamentale del personale scolastico in relazione al riconoscimento, anche dell’anno 2012, ai fini della maturazione del l’anzianità stipendiale (i cosiddetti scatti stipendiali 2012).
A causa della scarsità dei finanziamenti diventano sempre più numerosi gli istituti costretti a limitare le attività di integrazione della didattica, le attività sportive, progettuali e culturali risultano sempre più rare, non si fa più sport pomeridiano e le gite d’istruzione diventano una rarità.

Sono sempre più gli istituti a dover ricorrere a recuperi scolastici “in itinere”, con la didattica bloccata per settimane intere e i docenti impegnati nelle attività di rinforzo e di ripetizione, anziché in orario pomeridiano, nelle ore normalmente dedicate alla didattica ordinaria. Per i dirigenti diventa una necessità, perché è l’unico modo per avviare i recuperi senza pagare i docenti. Solo che a pagare, alla fine, siamo noi alunni. In particolare, quelli in ritardo, cui viene negata la possibilità di recuperare assistendo a lezioni di qualità. Ma anche quelli bravi, costretti a svolgere attività alternative invece di fare lezione.

La quinta parte de “La buona scuola” affronta uno dei problemi più gravi della scuola italiana che ci riguarda personalmente: la dispersione. Solo che lo affronta da un unico lato, quello del rapporto con il mondo del lavoro.
La dispersione scolastici, cioè la percentuale di studenti che non completano la formazione secondaria di secondo grado, è causata dalla selettività della scuola italiana, che non è capace di trattenere i ragazzi in difficoltà con l’apprendimento.
La scuola secondaria italiana non è accogliente, i ragazzi non vi si trovano a loro agio, si annoiano, fanno fatica. I più deboli si stancano, abbandonano, o si fanno bocciare e lasciano gli studi dopo la bocciatura, soprattutto nei primi due anni delle superiori.

Per ovviare a questo, l’obbligo di istruzione, che in teoria è fino a 16 anni, è stato di fatto annacquato, poiché può essere assolto anche nella formazione professionale e nell’apprendistato. Così molti ragazzi espulsi dal sistema scolastico rientrano in un percorso di formazione.
Il problema è però proprio che sono stati espulsi dal sistema scolastico.

La soluzione andrebbe cercata modificando radicalmente la didattica e i sistemi di valutazione degli apprendimenti nella secondaria di secondo grado. Ma come abbiamo già visto, questo aspetto manca quasi del tutto nella proposta del governo. L’unica cosa che si trova è il principio, affermato in questo capitolo, che la didattica deve diventare più laboratoriale, creando più laboratori nelle scuole, o mettendo queste in contatto con laboratori esterni.
La dispersione viene invece affrontata soprattutto dal lato del rapporto con il lavoro: come fare in modo che ri percorso formativo faciliti l’accesso al mercato del lavoro, tramite l’acquisizione di competenze pratiche.

Per questo si intende rafforzare l’alternanza scuola-lavoro, già entrata nel sistema scolastico a partire dal 2003.
C’è da chiedersi se questa sia l’unica risposta. Certo, in questo tipo di scuole il rapporto diretto con il mondo della produzione, del commercio o dei servizi significa indubbiamente offrire a noi ragazzi un’occasione per applicare e approfondire le competenze apprese negli studi. Non è però facile da realizzare, perché il mondo delle imprese non è così disponibile a prendere gli studenti, a fare mettere le mani sui macchinari, a fare assumere delle responsabilità. Supponiamo però che funzioni bene. Anche così, questa risposta al problema della dispersione è troppo parziale: parte dal presupposto che per gli studenti deboli, che appartengono anche alle classi sociali più deboli, la soluzione sia un contatto diretto con il mondo del lavoro, come, con la formazione professionale, la soluzione all’espulsione dal sistema scolastico è un inserimento rapido nel mondo del lavoro. Ma questo è vero solo in parte.
Con questa scelta si conserva la differenziazione sociale tra gli studenti destinati a una formazione culturale ampia, e quelli che devono rinunciarvi, per poter essere collocati rapidamente nel mondo del lavoro.

La scuola di una società democratica non può accettare questo esito. La vera soluzione al problema della dispersione scolastica è un rivoluzionamento della didattica nella secondaria di secondo grado, che però a pochi interessa.
Il taglio dei fondi assegnati dal Ministero alla scuola è stato consistente, circa il 50% in meno rispetto all’anno scorso.
Particolarmente penalizzati sono stati i laboratori, con la chiusura di alcuni di essi e l’impossibilità di portare avanti attività laboratoriali.
Privare noi studenti degli spazi laboratoriali o ridurli come è avvenuto in modo devastante con la recente riforma Gelmini ha prodotto anomalie ed errori didattici, sempre e comunque a discapito di noi ragazzi con conseguente riduzione degli organici degli insegnanti.

Solo la scuola può consentire, agevolare, promuovere per noi ragazzi il passaggio dalla teoria alla pratica nella sua accezione più completa: capire, imparare, conoscere, fare.
Il fare per il fare, per il prodotto, per l’addestramento, lascia il posto al fare per pensare, per imparare, per scoprire. Il fare in laboratorio “costringe” la mente a pensare a ciò che sta facendo e questo consente di acquisire consapevolezza del proprio operare e a cercare soluzioni sempre più funzionali, a riconoscere strategie che testimoniano il proprio modo di imparare, il proprio stile cognitivo, il proprio approccio alla conoscenza.
In fondo la scuola non ha il compito di formarci come tessitori, fornai, agricoltori, scienziati, musicisti…. la scuola ha un compito diverso, ben più importante: quello di utilizzare le esperienze e le discipline per formarci come persone, per aiutarci a vivere meglio, per fornirci gli strumenti che ci mettano in condizione di imparare ad imparare in tutto l’arco della vita.

I nuovi istituti tecnici e professionali, malgrado il moltiplicarsi degli indirizzi e delle articolazioni, con le riforme, hanno visto una profonda riduzione delle ore di laboratorio.
Questi tagli hanno comportato anche nel nostro istituto la soppressione di alcune attività laboratoriali come quelle di chimica che prima venivano effettuate di mattina e di pomeriggio; invece, per quanto riguarda il laboratorio di macchine, esso, oltre a non essere operativo, presenta apparecchiature obsolete che non favoriscono l’aggiornamento della preparazione degli studenti per metterli al passo con le innovazioni tecnologiche presenti attualmente sulle navi.
Anziché reintegrare gli 8 miliardi di euro tagliati negli anni al comparto scolastico, il Governo pensa ad aprire le porte a sponsor e privati per finanziare i laboratori alle scuole.

I metodi proposti per favorire gli investimenti privati sono le agevolazioni fiscali o gli strumenti finanziari; sono previste quattro forme di finanziamento privato:
“School Bonus”, “School Guarantee”, “Crowdfunding” e “Social Impact Bonds”.
Noi studenti quindi ci chiediamo: qual è il ruolo dei privati e delle imprese che vedono spalancarsi di fronte le porte della scuola?.

II Governo presenta il pacchetto come un insieme di misure per adeguare la formazione professionale legata al ciclo scolastico con lo sviluppo della filiera produttiva. Si tratta, tuttavia, di una mossa pericolosa e per certi tratti eversiva, che mette a rischio i tratti fondamentali della scuola pubblica, la sua natura sociale e democratica.
In questo periodo si è saputo che per l’anno scolastico in corso le risorse destinate all’alternanza scuola-lavoro – per lo svolgimento degli stage degli allievi iscritti al terzo, quarto e quinto anno degli istituti tecnici e professionali – sono state ridotte drasticamente.

Oggi nelle scuole superiori italiane è rimasto a disposizione appena il 3% di quello che veniva corrisposto dal Miur quindi anni fa. Eppure se si vuole pensare di ridurre l’altissima percentuale di alunni che lasciano la scuola prima del tempo, quelli che non arrivano alla maturità e i 700mila Neet tra i 15 ed i 25 anni, i tirocini in azienda sono fondamentali.

Le riforme della Buona scuola sembrano funzionali al mercato del lavoro ristrutturato dal Jobs Act: una giung4a di precarietà in cui vige la legge del più forte, tutto a vantaggio del profitto di pochi. L’eliminazione di diritti e garanzie dei lavoratori, l’ulteriore flessibilizzazione dei regimi contrattuali, la definitiva istituzionalizzazione della precarietà: questi sono i caratteri fondamentali della riforma.
Per noi studenti, in cerca di un primo impiego, è stato utile capire su quali presupposti si baserà da oggi il mercato del lavoro.

I nuovi studenti lavoratori saranno impiegati con i nuovi contratti di apprendistato voluti dal ministro Poletti, privati di qualsiasi garanzia di assunzione successiva al l’apprendistato e di quei diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori che invece dovrebbero essere insegnati nelle scuole, per formare lavoratori consapevoli e critici, non schiavi moderni al servizio dei capricci delle imprese.

E’ stato introdotto il nuovo contratto a tutele crescenti per i neoassunti; il rischio è che sia disincentivata la mobilità da un posto ad un altro con prevedibile danno indiretto per noi giovani in cerca di occupazione.
Un altro cambiamento apportato, a nostro parere, in senso negativo riguarda la disciplina dei controlli a distanza delle attività produttive. Il Governo potrà aprire all’uso delle telecamere o altre strumentazioni tecnologiche sui luoghi di lavoro che oggi sono espressamente vietate dallo Statuto dei lavoratori. E’ stato stabilito che i controlli dovranno essere sui macchinari e, per evitare abusi, è previsto un ruolo speciale delle commissioni parlamentari sulla verifica dei testi dei decreti delegati. Ma chi può essere certo che rimanga così?

Infine da rilevare alcune criticità del nostro istituto, dovute per lo più alla carenza di fondi.
La palestra coperta è chiusa da due anni per interventi di ristrutturazione e dopo tanti soldi spesi è ancora inagibile perché i lavori non sono stati eseguiti a regola d’arte e il pavimento si è sollevato. Non poter praticare le due ore settimanali, previste dalle normative vigenti, di educazione fisica (che per le classi che attuano la riforma diventa Scienze Motorie e Sportive) lede i nostri diritti di studenti e ci priva di una attività che concorre insieme alle altre discipline alla piena valorizzazione della nostra personalità. Infatti gli ambiti di esperienza offerti dall’insegnamento dell’educazione fisica (e cioè la competizione, il successo, l’insuccesso, la progettazione di percorsi per raggiungere un obiettivo, il fare e lo stare con gli altri, la condivisione di regole) favoriscono l’acquisizione di corretti stili comportamentali e di abilità trasferibili in qualunque altro contesto di vita. Le attività previste dal POF quali l’atletica leggera, pallavolo maschile e femminile, basket maschile e femminile e calcio a 5 sono inibite. Sta di fatto che ancora oggi, dopo due anni di interventi vari, non possiamo praticare alcuna attività sportiva.

Ci è precluso anche, sempre per lavori di ristrutturazione, attualmente sospesi, anche l’utilizzo dell’Aula Magna per svolgere le assemblee che sono un nostro diritto sancito dall’art. 12 del D. Lgs. 297/94 e costituiscono un’occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento di problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile di noi studenti.
L’Aula Magna indispensabile per circa 500 studenti, rappresentava uno spazio appositamente strutturato con sedie e un apparecchio audio-visivo per la proiezione di eventuali filmati o diapositive.
Attualmente, le nostre assemblee si stanno svolgendo all’aperto, nel cortile, vincolate alla variabilità delle condizioni metereologiche.

L’intera struttura dell’Istituto, sia all’interno che all’esterno e le relative pertinenze, allo stato, si presentano in gran parte fatiscenti e non dotate dei requisiti minimi di sicurezza di cui alla legge n°81 del 2008; infatti nel cortile del plesso centrale insiste un cantiere edile inattivo che, di fatto, ostruisce l’uscita di sicurezza del piano superiore che dà sulle scale in ferro e quella del piano inferiore che da sul cortile. Sempre nello stesso plesso, nelle aule poste sopra gli uffici della segreteria è del tutto inesistente l’uscita di emergenza.

Le vie d’uscita, che devono consentire un veloce e rapido esodo delle persone in caso di necessità, in attuazione al piano di emergenza predisposto, vanno mantenute sempre fruibili e sgombre da qualsiasi materiale.
In materia di sicurezza in ambito scolastico il D.L.577/82 prevede che si effettuino prove di evacuazione almeno “due volte durante l’anno scolastico”, in modo da verificare la “funzionalità del piano al fíne di apportare gli eventuali correttivi per far aderire il piano alla specifica realtà alla quale si applica”.

Nel nostro Istituto, perlomeno negli ultimi cinque anni, ad ogni inizio di anno scolastico, si parla di programmare ed effettuare le prove di evacuazione ma di fatto queste non sono mai state fatte.
Queste prove, anche in considerazione del particolare rischio sismico del nostro territorio, dovrebbero riguardare una simulazione terremoto e una esercitazione antincendio e servire a mettere in pratica le procedure di esodo e di primo intervento nonché a rendere noi allievi capaci di determinarci nei casi di emergenza per un rapido sgombero dallo stabile e dalle sue vie di fuga.

Ancora più grave è che nel plesso A non funzionano gli idranti.
Quindi, in caso di circostanze critiche dovute a un incendio o a un terremoto noi studenti avremmo problemi a metterci in salvo.

In conclusione

Noi non condividiamo il modello di Scuola che ha in mente Renzi che è quello di una scuola aziendalizzata, tutta a vantaggio del settore privato e a discapito del sapere critico, della libertà individuale di poter determinare e costruire insieme alle altre e agli altri il proprio futuro e quello della società.

La riforma della scuola di cui abbiamo bisogno dovrebbe rivoluzionare l’impianto della didattica della secondaria di secondo grado; dovrebbe modificare il tipo di relazione educativa che si instaura correntemente nelle aule delle scuole italiane, rovesciando il modello del “docente che parla alla classe”; dovrebbe far saltare il sistema a cascata per cui gli studenti bravi fanno il liceo, gli scarsi fanno i tecnici e i professionali e se non sono bravi neanche lì, fuori, vengono bocciati; dovrebbe abolire le bocciature, rendendo più flessibile il percorso formativo.

Vogliamo un’istruzione gratuita e di qualità per tutte e tutti, un reddito di formazione per poter studiare quello che vogliamo indipendentemente dal contesto familiare, spazi all’interno e fuori dalle scuole per organizzare attività e dare spazio alla nostra creatività, un nuovo modello di didattica per non ridurci ad essere dei contenitori di nozioni sterili, una valutazione che non faccia rima con punizione, stages di qualità che non si riducano a lavoro non pagato e senza alcuna valenza formativa, nuovi programmi aperti alle differenze culturali, sessuali e religiose.

Per quanto riguarda poi le problematiche che interessano il nostro plesso scolastico vogliamo che, da subito, i Responsabili della Struttura si attivino per la loro risoluzione senza più alcun indugio.
Proponiamo una raccolta fondi tra noi studenti, anche simbolica, per contribuire, almeno in minimo, alle carenze della struttura scolastica e chiediamo la possibilità di eliminare, tramite tinteggiatura, le scritte sui muri esterni ed interni della scuola.
Annunciamo la nostra piena disponibilità ad un tavolo di concertazione ove si possono concordare le azioni da intraprendere per soddisfare le nostre aspettative.

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Un commento

  1. più che un articolo scritto da un giovane studente di oggi, mi sembra un articolo scritto da un classico sessantottino Evergreen.

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