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Omaggio a Procida

Di Giacomo Retaggio

PROCIDA – Chi a Procida in questi giorni si fosse trovato a salire da S. Leonardo allo “spassiggio” di “Sèmmarèzio” si sarebbe trovato di fronte un patibolo con una forca in bella evidenza. Una visione piuttosto inquietante nel pieno sole della piazza. Tranquilli! Non è stato impiccato nessuno, né si ha intenzione di impiccare qualcuno. Era la messa in scena di una rappresentazione da parte di un centinaio di alunni della scuola media procidana degli avvenimenti accaduti sull’isola nel giugno del 1799. Questi ultimi sono stati una pagina nera e pur gloriosa nella storia isolana. Basti pensare che quelli di Procida furono i primi morti in senso assoluto, frutto della reazione borbonica appoggiata dagli Inglesi. Ferdinando IV aveva cinicamente ordinato di fare a Procida “molti caciocavalli”. Questo formaggio richiama, infatti, la figura di un impiccato. Il Cuoco parla del “gran macello di carne umana aperto in Procida”. La piazza, che proprio per questi fatti fu chiamata in seguito “Dei martiri”, con i palazzi intorno, la chiesa, la salita al Castello sullo sfondo, è rimasta la stessa di duecento anni fa. Quale migliore “location” per una rievocazione storica così tragica? Si avvertiva durante la rappresentazione la stessa carica emozionale che dovettero avvertire i Procidani di allora. E questo grazie all’abilità del regista Raffaele Iovine che è riuscito a rievocare con fresca immediatezza i farseschi processi, la discesa lungo via del Castello dei condannati lungo due ali di folla, le invettive della plebaglia, il crudele sarcasmo nei riguardi dei condannati. Le mura delle case intorno risuonavano delle grida osannanti di un popolo ignorante ed assetato di sangue; i balconi, affollati di uomini e donne in costume d’epoca, erano addobbati con le coperte colorate della festa; giù nella strada degli asinelli carichi di frutta e verdura si aggiravano tra gli spettatori; l’acquafrescaio vendeva premute di limone; il tutto in una commistione in cui gli spettatori a tratti si confondevano con gli attori e viceversa. Facevano da contraltare le figure tragiche dei condannati da impiccare, le loro facce stravolte ed incredule, le sadiche accuse del giudice Speciale, le loro ultime parole strozzate in gola dal cappio. Intorno e poco più lontano, agli inizi della salita di Terra murata, risuonavano canti e balli quasi a riecheggiare le “tammurriate” dei “lazzari” borbonici. A tratti si udiva, concertato dalla prof. Francesca Intartaglia come i precedenti, levarsi dal coro il Rosario in procidano: “Maronna  re la grazia…”. Una melodia antichissima e di una dolcezza infinita, espressione della profonda religiosità di questo popolo. Le manifestazioni che rievocano “i fatti del’99” si sono svolte, una prima volta il 14 maggio ed una seconda, per motivi climatici, il 21, nell’ottica della celebrazioni “oMaggio a Procida”. Son state una vera e propria festa di popolo, quasi a ripercorrere ed a far rivivere lo spirito di un tempo. I costumi, preparati dalle mamme dei ragazzi   ed a riprova della loro abilità artigianale, sono stati bellissimi e del tutto aderenti alla verità storica. Ma il plauso maggiore va alle insegnanti Loredana Scotto, Annalisa Barbato, Marisa Scotto di Vettimo, Rosa Esposizione e Stefania Scotto, veri artefici dell’ideazione e della realizzazione dello spettacolo. Sono una vera e propria fucina di idee ed iniziative. Ogni qualvolta ti trovi a loro cospetto ti viene spontaneo chiederti: e la prossima volta quale coniglio tireranno fuori dal cilindro?

 

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