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Pirateria marittima: 'fatti e misfatti' dei pirati somali

da Liberoreporter.it

I costi totali sostenuti per il contrasto della pirateria marittima nel 2010 sono stati stimati essere stati tra i 7 miliardi e 12 miliardi di dollari. Tale cifra include i riscatti, le indennità di assicurazione, il costo delle operazioni navali militari, i procedimenti giudiziari e i maggiori costi derivanti dalla necessità di trovare nuove rotte per le navi per evitare le zone a rischio.

Il numero di attacchi dei pirati in mare è enormemente cresciuto, del 90 per cento rispetto all’anno precedente, così come pure è aumentata la loro violenza. La pirateria marittima è diventata un grande business per i pirati. A questi, in origine pescatori somali, ora si sono associati elementi criminali di molte altre nazioni. Dei veri e propri avventurieri attirati dalla facilità di potersi procurare denaro chiedendo riscatti in cambio del rilascio di uomini e navi catturate. Dopo che nel 2008 l’incasso era stato di 55 mln di dollari e, nel 2009 di oltre 100 milioni di dollari, nel 2010 nelle casse dei pirati sono entrati oltre 200 mln di dollari. Mentre i costi totali sostenuti per il contrasto della pirateria nel 2010 sono stati stimati essere stati tra i 7 miliardi e 12 miliardi di dollari. Tale cifra include i riscatti, le indennità di assicurazione, il costo delle operazioni navali militari, i procedimenti giudiziari e i maggiori costi derivanti dalla necessità di trovare nuove rotte per le navi per evitare le zone a rischio, il re-routing. Quest’ultimo, nel 2010, ha avuto un costo di circa 3 miliardi di dollari. Per mantenere una nave da guerra operativa nel mare dei pirati costa, al Paese di appartenenza, costa circa 100mila dollari al giorno. Pertanto il costo annuale delle missioni navali militari internazionali, CtF 151, Ocean Shield e Atalanta si aggira intorno ai 3 miliardi di dollari. Il fenomeno della pirateria marittima ha fatto registrare in tutto il mondo una crescita esponenziale degli attacchi passati dai 276 del 2005 ai 445 nel 2010 ai 266 del primo semestre del 2011. Nelle ultime settimane sono anche aumentati gli attacchi pirati contro le navi commerciali nel Golfo di Guinea, al largo delle coste della Nigeria. Attacchi che finora erano di 10 – 15 al mese ed ora lo sono a settimana. Circa i tre quinti di tutti gli attacchi sono stati compiuti da pirati somali. Un fatto questo che ha reso le aree a sud del Mar Rosso, Bab Al Mandeb e del Golfo di Aden ad alto rischio marittimo. Lo sviluppo del fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia ha di fatto provocato il caos lungo la rotta che collega l’Asia con l’Europa passando attraverso il Golfo di Aden e il canale di Suez. Si tratta di un’importante rotta energetica attraverso cui viene spedito il petrolio del Golfo Persico in Occidente. Ecco perché appare sempre più evidente e importante dare visibilità e risalto a queste situazioni in modo che vengano cercate nuove soluzioni e nuovi modi, non solo per evitare che questi fenomeni si verifichino, ma per intervenire in maniera efficace. La difficoltà del momento la si riscontra anche nel fatto che è stato consigliato a tutti di non navigare in queste acque e in particolare a tutti gli yacht a vela. Attualmente sono ben due gli yacht trattenuti in ostaggio dai pirati somali: Yacht NY Choizil e Yacht NY ING. Il primo catturato nel novembre 2010 insieme ad una coppia di sudafricani che ora, se ancora vivi, sono trattenuti in ostaggio chissà dove in Somalia. Come anche i sette danesi, di cui tre minori, che nel febbraio del 2010 sono stati catturati con il secondo Yacht. Di tutti loro, dopo i primi contatti, non si sa più nulla. Ecco il perché dell’avvertimento in quanto essi sono turisti e come tali sono considerati in maniera diversa e non certo tutelati da un armatore che paga il riscatto essendo assicurato. Molte volte per essi pagano il riscatto amici e parenti che a casa promuovono una coletta. Il caso più conosciuto è quello dei coniugi inglesi, Rachel e Paul Chandler rimasti in mano ai pirati per oltre un anno e tornati a casa completamente segnati da questa avventura. L’invito è anche giustificato dal fatto che l’intera area è ‘indifendibile’. Si tratta di una superficie marina di 2,6 milioni di miglia quadrate di mare. Un area in cui sono dispiegate 30 navi da guerra di diversi Paesi riunite nelle tre missioni internazionali di contrasto alla pirateria marittima e altrettanti che operano in maniera individuale. Per convenzione in base a risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti i Paesi possono inviare le loro navi da guerra nel Golfo di Aden e nelle acque costiere della Somalia per combattere i pirati. Molte delle navi delle missioni però, non sempre sono disponibili in quanto trattenute in porto e perché impegnate nella scorta delle navi del PAM che trasportano aiuti alimentari per i Paesi del Corno D’Africa, loro compito prioritario. Alla fine accade che quelle che rimangono disponibili possono solo pattugliare zone limitate del ‘mare dei pirati’. Inoltre, questo contrasto ha indotto i pirati a riconsiderare lo status dei loro ostaggi, ossia i marittimi membri degli equipaggi delle navi catturate. Ora questi non sono più ostaggi, ma scudi umani. Un fatto questo che ha indotto i pirati somali a trattare questi lavoratori del mare con estrema violenza e a trattenerli come animali in gabbia. Mostrando al mondo il loro lato peggiore e il loro disprezzo per l’umanità. Un fatto che denota quanto sia terribile finire nelle mani dei pirati somali. In poche parole i predoni del mare hanno capito il reale valore di questi marittimi. Essi sanno bene che anche se sono raggiunti dalle navi da guerra queste non possono mettere a rischio la vita degli ostaggi e di fronte alla minaccia di uccidere i marittimi-ostaggi esse sono sempre costrette a farsi da parte senza intervenire. Nel 2010 sono stati 1181 i marittimi catturati e trattenuti come ostaggi dai pirati somali. Finora nel corso degli arrembaggi sono stati 7 i marittimi che sono rimasti uccisi, mentre 34 quelli rimasti feriti. Nei primi sei mesi del 2011 invece, i pirati hanno preso in ostaggio almeno 361 marittimi membri degli equipaggio di 31 navi catturati. Attualmente i predoni del mare trattengono in ostaggio almeno 700 marittimi. Si tratta di marinai di diversa nazionalità tra cui filippini, ucraini, pakistani, rumeni, indiani, egiziani, cinesi, cingalesi e anche alcuni europei. Tra essi i cinque marittimi italiani equipaggio della Savina Caylyn e i sei della Rosalia D’Amato. Di questi uomini, se ancora vivi, non si hanno più notizie da settimane.
Comunque sia la presenza militare navale, anche se non spaventa i pirati somali, comunque ne disturba l’attività criminale. Un fatto questo che ha indotto i predoni del mare ad allargare il loro campo di azione. Per cui hanno finito per compiere ‘razzie’ di mercantili e petroliere non solo nel bacino somalo, ma in profondità nell’Oceano Indiano e spingendosi fino al canale di Monzabico e all’estremità meridionale del Mar Rosso e zona di Bab Al Mandeb. I pirati somali sono in grado di allontanarsi anche di mille miglia marine dai loro covi situati lungo la costa somala della regione semiautonoma del Puntland e possono restarvi lontani anche per un mese. Questo è reso possibile dal fatto che essi ricorrono a navi di appoggio denominate ‘navi madri’. Si tratta di barche di almeno 40 piedi di lunghezza che si confondono facilmente con le navi da pesca somale e su cui caricano armi, carburante e viveri e al cui traino si portano dietro due barchini veloci capaci di raggiungere anche i 25 nodi di velocità. Sono questi i battelli che poi, i pirati usano per lanciarsi all’arrembaggio della nave ‘adocchiata’. La loro velocità fa si che passano appena 3 minuti dal momento in cui sono avvistati e quello quando i pirati iniziano l’abbordaggio. Un tempo troppo basso per consentire l’intervento della nave da guerra più vicina che, anche se è di scorta, è sempre a decine di miglia marine lontane. Le prede più ambite dai pirati somali non sono i mercantili, ma sono le petroliere. I pirati le considerano facili prede per il fatto che sono lente e indifese. Mentre, i loro carichi valgono milioni di dollari al mercato nero in Somalia e India. Si stima che nel 2010 i pirati abbiano intercettato e catturato petroliere che trasportavano un carico del valore di almeno 162 milioni di dollari. Le navi catturate sono quasi sempre poi tenute alla fonda lungo i porti situati lungo i 345 km della costa somala del Puntland. In questa regione semiautonoma i pirati somali hanno costituito le loro roccaforti trasformando di fatto quella costa in una sorta di moderna Tortuga.
Finora il fenomeno della pirateria marittima era stato limitato dalla stagione dei monsoni. Questo per il fatto che il mare era innavigabile per i piccoli barchini a causa delle alte onde. In questo periodo la loro attività criminale subiva un ‘fermo stagionale’ oppure pur facendo registrare numerose segnalazioni, l’attività era di bassa intensità. Quest’anno invece, gli attacchi pirati, alcuni andati anche a buon fine, si sono registrati anche durante il monsone del Nord-Est ed ora del Sud -Ovest. Lo scorso 15 luglio un rapporto dell’ International Marittime Bureau, IMB, aveva messo in guardia oltre che sui nuovi metodi utilizzati dai pirati per abbordare i mercantili anche sulla possibilità che potessero attaccare anche nel corso della stagione dei Monsoni.
Ferdinando Pelliccia

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