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Pirateria somala: le gang del mare paragonate a imprese private

di Ferdinando Pelliccia dal sito notizie.tiscali.it

Che le varie  gang, che infestano il mare del Corno D’Africa e l’Oceano Indiano, siano organizzate come delle vere e proprie imprese private è ormai una certezza. Ci sono infatti, dei finanziatori, almeno due, che possono essere gli stessi pirati che investono il loro denaro o uomini d’affari, ed hanno una loro strategia militare ed una loro pianificazione. I finanziatori sono quelli che procurano i barchini, e provvedono al carburante, alle armi e alle munizioni, ai sistemi di comunicazione e garantiscono ad almeno 7 pirati un salario. Si tratta degli uomini che compongono la squadra che da l’arrembaggio ai mercantili. Dopo il dirottamento, il finanziatore si preoccupa di garantire ai pirati che prendono in consegna nave ed equipaggio, in genere 15,  tutto quello che occorre loro per il periodo in cui devono attendere il pagamento del riscatto a bordo della nave sequestrata.

In genere chi finanzia il dopo sequestro non è lo stesso che ha finanziato l’attacco. Si stima che l’investimento ai finanziatori frutti il 15 % per ogni milione di dollari pagato come riscatto. Mentre, ad ogni pirata vanno mediamente tra i 3mila e i 10mila dollari, a secondo del ruolo avuto nel dirottamento della nave. A prendere di più sono quelli che hanno eseguito l’arrembaggio tra i quali il capo, che per tutto il periodo che dura il sequestro, non ‘abbandona’ mai nave ed equipaggio catturato. Al gruppo degli assalitori vanno circa 70mila dollari da dividersi tra loro. Per cui più arrembaggi vanno a buon fine più dollari ci sono da ‘spartire’. Mentre, invece, se un arrembaggio non riesce, l’investimento fatto va a vuoto e il denaro perso. Pertanto,  i predoni del mare per incrementare le possibilità di successo hanno anche allargato il proprio raggio d’azione utilizzano ‘navi madri’ per spingersi più in profondità nell’Oceano Indiano.

Queste navi in genere sono dei pescherecci che i pirati portano via, con la forza, ai pescatori locali. A bordo dei quali poi, stazionano in alto mare  fingendo di pescare in attesa dell’arrivo di una preda. Attualmente però, i banditi del mare stanno ricorrendo anche al ricorso di navi catturate da usare come navi da cui lanciare i loro attacchi. Il cui equipaggio poi, è costretto a collaborare e usato come scudo umano. Per individuare le navi da attaccare i moderni filibustieri monitorano le imbarcazioni nei porti e in mare. Intercettano le comunicazioni via radio e raccolgono le informazioni sulle loro rotte, utilizzando i siti web delle compagnie marittime proprietarie della navi. Hanno informatori ovunque.

Imoderni pirati somali hanno a loro disposizione anche telefoni satellitari, apparati Gps, con cui sono in grado di determinare l’esatta posizione geografica, di serbatoi supplementari di carburante per stare in mare molto tempo, di piccoli radar, di potentissimi binocoli oltre a rampini e scale telescopiche. Non mancano poi, le armi. Spesso i pirati operano sotto stato di ebbrezza alcolica o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. I pirati somali tendono essenzialmente ad intimorire la preda sparando dei colpi con arma da fuoco che non hanno lo scopo offensivo, almeno fino ad ora. Comunque sia, negli ultimi mesi sono morti almeno 7 marittimi nel corso di assalti pirati. Mentre i pirati somali uccisi sono stati una cinquantina.

Il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia è ormai diventata un business che rende milioni di dollari e questo richiede una gestione e delle regole precise. Mentre un numero sempre più crescente di somali vi si dedicano, anima e corpo.Si tratta di pescatori trasformatisi in predoni e che attaccano le navi commerciali lungo la rotta che collega l’Asia con l’Europa, una delle vie commerciali più importanti del mondo. E’ stato stimato che il danno economico derivante dal fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia sia tra i 7 e 12 mld di dollari l’anno. Un costo su cui pesano soprattutto le spese per carburante, sicurezza, assicurazioni e pagamento riscatti.

A fronte di questa minaccia si fa sempre più alta l’attenzione mondiale al fenomeno. Dal 2008 la comunità internazionale, USA in testa, si è mobilitata. Nel ‘mare dei pirati’ sono state inviate decine di navi da guerra come forza di contrasto al fenomeno. Navi appartenenti ad almeno 25 diversi Paesi. Questo impegno non è però, riuscitoa debellare il fenomeno, ma solo a tamponarlo. Gli stessi armatori, ormai stretti nella morsa delle assicurazioni e soprattutto, delle ‘pretese’ delle gang del mare, hanno in breve tempo realizzato che quello del ricorso alla ‘protezione’ delle loro navi ed equipaggi, con team di sicurezza armata a bordo, non era una scelta sbagliata.

In molti casi l’attacco pirata è stato respinto proprio grazie alla presenza a bordo delle navi di questi team che hanno messo in fuga gli assalitori oppure, come nel caso della MV Montecristo, ritardato l’assalto dando modo ai mezzi navali militari internazionali di intervenire in tempo. Si tratta di personale specializzato e ben addestrato che viene fornito da un’impresa privata che svolge consulenze o servizi specialistici di natura militare. Un’opzione questa, a cui stanno ricorrendo diversi Paesi. Dopo Belgio, Francia e Spagna ora tocca anche all’Italia che si va ad aggiungere a India, Tanzania, Giappone e tanti altri Paesi.

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