Procida Blogolandia libri: “la programmite acuta”

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Un nostro consiglio per la lettura

La programmite acuta
Di Roberto Beretta

Chiesa, pastorale, Concilio, piani pastorali . In un recente libro di don Saverio Xeres e Giorgio Campanini l’analisi di una sindrome che gode ormai di ampia letteratura medico-teologica. E tu che ne pensi?

Trattasi di  infiammazione acuta che provoca impellenti pruriti organizzativi, a volte a livello locale (e allora la singola parrocchia stampa un calendario pastorale alto come un elenco telefonico) e altre volte più diffusi e generalizzati; sino a far nascere comitati e commissioni come brufoli e produrre documenti a mo’ di eczemi.

Sì, la «programmite» è una sindrome che gode ormai di ampia letteratura medico-teologica,’ è stata bacchettata da destra e da sinistra (Ratzinger compreso) e non infierirei su di essa se non per riprendere un poco del mio scritto precedente ma soprattutto per segnalare un recente libro che mi sembra proprio da «Vino Nuovo». Il volume si intitola significativamente «Manca il respiro» (Editrice Ancora), l’hanno scritto i due storici cattolici don Saverio Xeres e Giorgio Campanini e – per una volta – il più critico sulla situazione della Chiesa italiana non è il laico, bensì il sacerdote.

Proprio a don Xeres si debbono acute osservazioni che hanno il merito di scomporre 40 anni di storia ecclesiale italiana (praticamente il post-concilio) per ricondurla ai fattori primi che hanno ostacolato l’applicazione vera del rinnovamento richiesto dal Vaticano II. Tra essi appunto la «programmite» o meglio, come la chiama l’autore, la «pianificazione pastorale». «La programmazione – scrive don Xeres – viene spesso considerata come la vera è propria novità del postconcilio italiano, fino ad essere addirittura definita una rivoluzione copernicana nella pastorale italiana». E ciò poteva avere anche un senso, in quanto da .una parte «esprimeva l’esigenza di prendere in considerazione la situazione concreta» e dall’altra metteva ordine e razionalità in un’azione spesso lasciata all’improvvisazione o alla buona volontà personale.

Ciò che però lo storico documenta poi con sconcerto è l’involuzione di tale esigenza iniziale. Dal primo piano pastorale all’inizio degli anni Settanta, si è infatti passati agli altri a cadenza ineluttabilmente decennale, ciascuno interrotto a metà da un gigantesco Convegno nazionale, tutti organizzatissimi, tutti dispendiosissimi (anche in energie), ma tutti dettati dall’alto – quindi senza vera analisi della situazione reale né coinvolgimento. diretto di chi avrebbe dovuto metterli in pratica (in barba alla partecipazione richiesta dal Concilio) -, tutti impermeabili alle voci di dissenso o di critica o anche solo di vera discussione, tutti senza alcuna verifica di realizzazione finale: «In fondo, neppure conta che questi programmi vengano o meno recepiti ed effettivamente tradotti in atto (anzi,, si hanno segnali significativi che neppure vengano letti); tanto meno che effettivamente abbiano raggiunto qualche zona al di fuori dei ristretti ambienti ecclesiali; il piano pastorale, dunque, è -fine a se stesso. Perfettamente autoreferenziale».

La Chiesa italiana si è insomma inventata la sua nuova «liturgia», in pieno stile laico – se non addirittura materialista (ricordate i «piani quinquennali» di sovietica memoria?); e questo, detto en passant, sarebbe un gran paradosso per i super-anticomunisti vertici Cei… La «programmite» poi, essendo contagiosa, scende dai vertici alla base, ,intaccando diocesi e parrocchie: dove le grandiosi visioni di partenza, causa carenza di mezzi, non possono che diventare sempre più strette e povere. E lo spunto iniziale ad interpretare la realtà si capovolge: «Esigenza prima diventa quella di applicare le direttive superiori, eventualmente adattandole alla situazione locale». La Chiesa torna una bella piramide: altro che «popolo di Dio in cammino»…

Ma il libro di don Xeres e Campanini è da leggere tutto; lo sforzo per dire che «il re (il cardinale, il vescovo, il parroco…) è nudo» può costituire per noi «cristiani impegnati» un esercizio di fede anche un po’ quaresimale, tanto per rammentare che solo Dio deve restare il protagonista; anche nei pur necessari metodi e nelle giuste pianificazioni.. Sentite infatti dove si potrebbe finire: «I piani pastorali costituiscono una sorta di disimpegno legalizzato delle comunità ecclesiali. Non conta più vivere ed agire secondo il Vangelo di Cristo e le esigenze degli uomini: conta semplicemente fare qualcosa e, soprattutto, far sapere che si fa». Il post-moderno, la dittatura dell’immagine hanno vinto anche nella Chiesa?

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