Procida. Commenti al vangelo di domenica 3 aprile 2011

Gesù con la sua  vita e la sua testimonianza c’impegna in una sfida davanti alla quale dobbiamo pronunciarci”.

mons.Oscar Romero

Trentusimo appuntamento, con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Eccovi  il commento al vangelo di Gv  9,1-41, di questa domenica 3 aprile 2011,  attraverso il video di  p. Alberto Maggi con relativa  trascrizione e una riflessione di mons. Oscar Romero.

[youtube YIOfbnP8MBQ]

1Sam 16,1.4.6-7.10-13: Il pastore unto re

Sal 22,2-6: Il Signore è il mio pastore

Ef 5,8-14: Alzati dai morti e Cristo sarà la tua luce

Gv 9,1-41: Il cieco nato

Il popolo di Dio si è posto dai tempi antichi un grande problema: come sapere chi è l’inviato di Dio? Molti apparivano mettendo in mostra le proprie abilità fisiche, la propria astuzia, la propria sapienza, persino la propria profonda religiosità, ma era molto difficile sapere chi agiva secondo la volontà di Dio e chi voleva essere leader solamente per avere il potere.

Nell’epoca di Samuele la situazione era davvero complessa. Il profeta, mosso dallo Spirito di Dio, cercò un leader che avrebbe tolto il popolo dal difficile pantano della crisi interna delle istituzioni tribali e della minaccia dei filistei. Sorse Saul, un ragazzo distinto, di buona famiglia e di straordinaria prestanza fisica. Gli ebrei più potenti lo appoggiarono immediatamente sperando che il nuovo re riuscisse a controllare l’avanzamento dei filistei. Ciò nonostante, il nuovo re, in poco tempo, si trasformò in un tiranno insopportabile, che aggravò il conflitto interno e che, per i suoi continui cambiamenti di comportamento, compromise seriamente la sicurezza delle terre coltivabili. Samuele, allora, pensò che la soluzione fosse quella di ungere un nuovo re, una persona che si potesse far carico della situazione. L’unzione profetica si trasformò, in quel momento, nel mezzo con il quale si legittimava l’azione del nuovo leader “salvatore” del popolo. Secoli più tardi, i profeti si resero conto che non bastava cambiare il re per cambiare la situazione, ma che era necessario cercare un sistema sociale che rispettasse gli ideali tribali, ciò che in seguito si sarebbe chiamato “il diritto divino”. Ciò nonostante, sussistette l’idea che il “leader salvatore” dovesse essere designato da un profeta riconosciuto. Così l’unzione dei capi d’Israele passò ad essere un simbolo di speranza in un futuro migliore, più conforme ai piani di Dio.

Nell’epoca del nuovo testamento il popolo di Dio che abitava in Palestina si misurò con una grande sfida: come far riconoscere Gesù quale unto del Signore? Sebbene Gesù avesse conosciuto Giovanni il Battista e poi aveva ripreso la sua predicazione, aleggiava su di lui il dubbio a causa delle sue umili origini, del suo modo tanto diverso d’interpretare la legge e del suo scarso vincolo con il tempio ed i suoi rituali. Molti si opponevano a riconoscere che egli fosse un profeta unto dal Signore, mossi semplicemente da pregiudizi culturali e sociali. La comunità cristiana dovette aprirsi il passo in mezzo a questi ostacoli e proclamare la legittimità della missione di Gesù. Solo chi avesse conosciuto l’opera del nazzareno, il suo amore viscerale per la vita, la sua predicazione ai poveri, la sua predicazione del Regno di Dio, avrebbe potuto riconoscere che egli era l’unto, il Messia (come si dice in ebraico), il Cristo (come si dice in greco).

I “segnali e prodigi” che Gesù operò in mezzo ai poveri provocarono un grande impatto e perciò furono motivo di controversia. Gli oppositori del cristianesimo vedevano nelle guarigioni che Gesù operava semplicemente il lavoro di un guaritore. I suoi discepoli, al contrario, comprendevano tutto il suo valore liberatorio e salvifico. Poiché non si trattava solo di porre rimedio alle limitazioni umane, ma di restituire tutta la dignità all’essere umano. La persona che recuperava la vista poteva scoprire che il suo problema non era un castigo di Dio per i peccati dei suoi antenati, né una terribile prova del destino. Era una persona che passava dalla depressione alla fede e scopriva in Gesù il profeta, l’unto del Signore. Il suo problema, una limitazione fisica, si era trasformato in un terribile marchio sociale e religioso. Però il problema non era il suo limite visivo, ma il terribile carico di disprezzo che la cultura gli aveva imposto. Gesù lo libera dall’insopportabile peso dell’emarginazione sociale e lo conduce verso una comunità dove lo accettino per quello che è, senza dare importanza alle etichette che i pregiudizi sociali gli avevano imposto.

Nel Vangelo ci viene raccontato una specie di dramma tra gli abitanti del luogo dove il cieco era solito chiedere l’elemosina, i farisei che erano un gruppo di giudei devoti e osservanti della legge ed i “giudei” in generale, un’espressione generica con la quale l’evangelista designa le altre autorità religiose del popolo giudaico dell’epoca di Gesù. Persino i genitori del cieco sono coinvolti nel dramma.

Si tratta di un vero dramma teologico, simbolico, di una grande bellezza letteraria. In nessun modo si tratta di un racconto giornalistico o di un racconto che ci descrive ingenuamente come avvennero le cose. Non dimentichiamo che è Giovanni a scrivere, e che il suo Vangelo si muove sempre ad un alto livello di sofisticazione, di ricorso ai simboli e all’espressione indiretta.

Nel dramma teologico che oggi leggiamo il cieco si trasforma nel centro della scena. Tutti si chiedono come sia possibile che un cieco nato possa vedere. Sospettano che qualche cosa di grande sia successo, domandano che cosa abbia permesso al cieco di vedere. Ma non giungono a credere che Gesù sia la causa della luce degli occhi del cieco che non vedeva. Un uomo semplice come Gesù non gli sembra capace di compiere tali meraviglie. Ancor meno avendole operate di sabato, giorno dedicato al riposo che i farisei si impegnavano a rispettare in modo tanto scrupoloso. E ancor meno essendo il cieco un poveraccio che chiedeva l’elemosina ai piedi di una delle porte della città. Tutti interrogano il povero cieco che ora vede: i vicini, i farisei, i capi del popolo. Gesù gli si fece incontro, solidale, sapendo che il povero era stato espulso dalla sinagoga giudaica. In questo nuovo incontro con Gesù, il cieco giunge a “vedere pienamente”, a “vedere” non solo la luce, ma anche la “gloria” di Dio, riconoscendo in lui l’inviato definitivo di Dio, il Figlio dell’Uomo escatologico, il Signore degno di essere adorato… E’ il messaggio che Giovanni ci vuole trasmettere narrando un dramma teologico più che affermando proposizioni astratte, tipiche della filosofia greca.

Alla fine del Vangelo di oggi le parole che Giovanni pone sulle labbra di Gesù fanno esplodere il messaggio teologico del dramma: Gesù è un giudizio, è il giudizio del mondo, che viene a mettere il mondo sottosopra: quelli che vedevano ora non vedono, e quelli che non vedevano riescono a vedere. E cosa c’è da vedere? Gesù. Egli è la luce che illumina.

Giovanni e la sua comunità sono pieni di gioia e di amore, posseduti realmente dalla scoperta che hanno fatto in Gesù. Sentono che egli cambia veramente il mondo, che le cose sono capovolte rispetto a prima, e che in lui Dio si è reso presente. E così lo confessano. Non serve altro. L’ontologia dei secoli successivi è culturale, occidentale, greca. Per questo caso, eccessiva.

Cosa significa oggi per noi? Lo stesso, solo venti secoli dopo. Con più prospettiva, con più senso critico, con più coscienza della relatività (non “relativismo”) delle nostre affermazioni, senza fanatismi ne esclusivismi, sapendo che la stessa manifestazione di Dio si è data in tanti altri luoghi in tante altre religioni, attraverso altri mediatori. Ma con la medesima gioia, il medesimo amore e lo stesso convincimento.

Per la revisione di vita

Gesù dice che è venuto per “aprire un giudizio”. La sua vita e la sua testimonianza ci impegnano in una sfida davanti alla quale dobbiamo pronunciarci. Suggerimento: entrare in me stesso, in profonda orazione, faccia a faccia con questo uomo-che-è-giudizio-di-Dio. Rinnovare e approfondire il mio incontro con Gesù. Sentirmi sfidato dalla sua vita e dalla sua parola. Accettare con gioia la sfida di vivere all’altezza di questa proposta che ci fa.

Per l’incontro di gruppo

Se vuoi rileggere le riflessioni delle precedenti settimane clicca sui link sotto:

– 27 marzo 2011

– 20 marzo 2011

– 13 marzo 2011

– 6 marzo 2011

– 27 febbraio 2011

– 20 febbraio 2011

– 13 febbraio 2011

– 6 febbraio 2011

– 30 gennaio 2011

– 23 gennaio 2011

– 16 gennaio 2011

– 09 gennaio 2011

– 06 gennaio 2011

– 2 gennaio 2011

25 dicembre

– 19 dicembre

– 12 dicembre

-5 dicembre

– 28 novembre

– 21 novembre

– 14 novemre

– 7 novembre

– 31 ottobre

– 24 ottobre

– 17 ottobre

– 10 ottobre

– 3 ottobre

– 26 settembre

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