Oggi Sant’Antonio Abate

di Giacomo Retaggio

Oggi è il 17 gennaio, sant’ Antonio abate, per la gente di Procida, e non solo, Sant’Antuono. E’ un Santo simpatico, non fa tante grazie come l’omonimo Sant’Antonio di Padova, ma nella fantasia popolare occupa il suo bravo posto. Da piccolo e nell’adolescenza, quando bazzicavo per la zona procidana di “dietro le corti” dove abitavano i miei nonni paterni, spesso entravo in quella chiesa. E’ una bella chiesa, molto alta, tanto è vero che la gente diceva che era stata costruita di notte per cui i muratori avevano perso il senso della misura. Logicamente non è vero, però di sicuro è più alta delle altre chiese e il suo interno, bianco e proiettato verso l’alto, le conferisce un senso di spaziosità. Mi piaceva la statua del Santo, lì, in alto sull’altare maggiore. Un vecchio monaco con una barba fluente ed un maialino al piede. Chissà perché c’era un detto: “Sant’Antuono s’annammuraje r’o puorco! “. Forse a significare che anche i Santi possono prendere una cantonata nell’innamoramento e nei rapporti umani. Un altro detto popolare era: “Sant’Antuono, acqua a bugliuolo!” Ed oggi, manco a farlo apposta, piove a dirotto. Forse il Santo si è ricordato che è la sua festa….Mi sono rimasti nella mente le figure dei due preti che gestivano quella chiesa,; erano due fratelli: don Vincenzo Secondo, parroco e don Nicola Secondo, viceparroco. Facevano tutto in famiglia. Ma non era l’unico caso a Procida. Anche in altre parrocchie officiavano fratelli preti. Alla Madonna della Libera, ad esempio, c’erano Don Salvatore Scotto Lavina, parroco, e il fratello don Pasqualino, vice parroco, però, di San Michele. Questo dimostra come fino a cinquanta, sessanta anni fa il numero dei preti sull’isola era altissimo. Il diventare prete per i Procidani era uno “Status symbol” molto ambito. I due fratelli di Sant’Antuono erano diversi, alto, distinto, con una voce roboante don Vincenzo; un po’ curvo, vocione da basso, piuttosto “trappano”, il vice. Nelle cerimonie ufficiali e nelle ricorrenze importanti officiava sempre il parroco, don Vincenzo. Questo prete aveva l’abitudine di ripetere sempre la stessa predica. Quella della notte di Natale, ad esempio, iniziava sempre con la frase: ” Venti secoli or sono….”. Quella del mercoledì santo, la cosiddetta “predica di notte”, invece con la frase: “Vengo da Gerusalemme….”La gente che seguiva le funzioni l’aveva capito e così, si era in periodo pasquale, Prima che iniziasse la predica, le donne che erano sotto il pulpito cominciarono a ripetere sotto voce ed in continuazione: “Vengo da Gerusalemme, vengo da Gerusalemme…..” Il prete se ne accorse ed iniziò la predica con un tonante: “oggi non vengo da Gerusalemme!” Lasciando di stucco tutte quelle brave donne che l’avevano preso in giro. Cose d’altri tempi! Don Nicola, il fratello, invece, era una specie di filosofo popolare. Di fronte alla chiesa c’era la farmacia. Lo speziale Parascandola si vantava di essere un agnostico ed un libero pensatore. Io, da ragazzo, mi divertivo a fare la spola tra la falegnameria di mio nonno, che stava di fianco alla chiesa e di fronte alla farmacia, e la chiesa. Riferivo a don Nicola tutte le cose contrarie alla religione che diceva lo speziale, nella speranza di farlo arrabbiare. Ma il prete non si scomponeva per niente e continuava a masticare il suo sigaro. Poi si rivolgeva a me e, con voce cantilenante, mi diceva: “Non ti preoccupare che quando lo speziale starà per morire, con la paura dell’inferno, qualche prete chiamerà per farsi assolvere!” Non so se lo speziale, poi, si comportò in punto di morte come don Nicola aveva previsto….Un’altra cosa che mi piaceva moltissimo in questa giornata era il “menerio” di Sant’Antuono”. Si teneva nello spazio dietro la chiesa; i giovani, i ragazzi andavano raccogliendo la legna per tutta la “grancìa” e le davano fuoco. Le fiamme diventavano molto alte e la gente intorno si godeva lo spettacolo. Una sorta di rito catartico! Alla fine si raccoglievano le carbonelle e si portavano a casa. Anche alla Madonna della Libera, così come a san Giuseppe  alla Chiaiolella, si accendeva il menerio nel giorno dell'”invenzione della Croce”. Si accendeva un grosso falò nello spazio antistante il Crocefisso, all’inizio del viale che porta alla chiesa, e tutti intorno a guardare. Ricordo che alcuni giovani, piuttosto temerari, saltavano nel fuoco e cadevano dall’altra parte.  E la gente applaudiva e lanciava ohh! di meraviglia. Poi anche quì tutti a raccogliere le carbonelle….Quelle che ho scritto sembrano cose di fantasia, ma un tempo era veramente così…..

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