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Procida. “La crisi: il silenzio della Chiesa”, di Josè Maria Castillo

castillo4-x-invio.jpgA margine del convegno studi “Un Dio gratis” organizzato dall’Associazione di Volontariato M.A.I.A. presso la sala consiliare del Comune di Procida, vi proponiamo alcune immagini e un articolo di Josè Maria Castillo dell’11 ottobre 2008 dal titolo: “La crisi: il silenzio della Chiesa”. A breve vi proporremo il video con alcuni momenti del convegno e le interviste che abbiamo realizzato. Il convegno ha avuto una buonissima affluenza di pubblico con oltre 200 persone distribuite nelle due sessioni di venerdì 6 e sabato 7 marzo.

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Richiamiamo l’attenzione sul fatto che le autorità ecclesiastiche sproloquiano su qualunque argomento senza mezzi termini, ma su alcuni fatti drammatici per la gente, come il caso della crisi economica, non proferiscono parola.

Diamo per assunto che è rischioso affermare che il papa, i cardinali e i vescovi, così come sono, non abbiano detto nulla riguardo un tema di cui il mondo intero parla con preoccupazione e angoscia. Senza dubbio il papa e i vescovi ne hanno parlato.

Ma il fatto è che l’opinione pubblica conosce perfettamente la posizione della gerarchia riguardo l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, l’omosessualità, l’uso dei contraccettivi, la scelta dell’istruzione per i  cittadini, ecc., mentre la gente non ha idea di ciò che pensino i vescovi rispetto alla crisi del sistema finanziario, la crisi delle banche, l’impennata dei prezzi, la disoccupazione, lo smaltimento dei rifiuti, la sete di potere che, secondo il Commissario degli Affari Economici della Unione Europea, Joaquìn Almunia, è alla radice di questa crisi, assai profonda, oscura e di estrema gravità.

È vero che le questioni di ordine economico presuppongono conoscenze tecniche, che non sono alla portata di tutti, né tanto meno dei vescovi che si suppone abbiano ricevuto la necessaria formazione e preparazione ad informare, come pastori, i fedeli su ciò che devono pensare in relazione alle proprie scelte di vita e di coscienza.

Siamo d’accordo sul fatto che siano gli economisti a parlare di economia. Ma, se questo criterio è corretto, saranno i biologi a parlare di biologia.

Perché allora i vescovi si esprimono con tanta sicurezza su questioni come le cellule staminali, il termine della vita, gli esperimenti scientifici su embrioni e sulla fecondazione in vitro, se la maggior parte dei prelati si intende di biologia meno di quanto non si intenda di economia ?
Sinceramente, temo che il silenzio dei vescovi sui temi economici non sia dovuto a semplice ignoranza, ma ad altre oscure motivazioni. Perché affermo questo?

Pochi giorni fa, il presidente del Parlamento Europeo ha dichiarato senza giri di parole: «Non si possono dare 700.000 milioni (di dollari) alle banche e dimenticarsi dell’uomo».

Perché questa somma così grande di denaro viene riservata ai ricchi affinché si sentano più sicuri e tranquilli nella loro condizione privilegiata, mentre, come ben sappiamo, abbiamo ancora 800 milioni di esseri umani che vivono con meno di un dollaro al giorno, che quindi vivono in condizioni disumane con limitate prospettive di vita.

Ebbene, lo scandalo è che i politici denunciano l’atrocità di una “economia canaglia” (Loretta Napoleoni), proprio quando coloro che si ritengono i rappresentanti ufficiali di Cristo in terra non alzano la voce contro una vergogna simile. È scontato che io non abbia le soluzioni necessarie per questa situazione critica che stiamo vivendo, e non sia preparato a fornirne di adeguate.

L’unica cosa che posso (e devo) dire è che nella Chiesa abbondano i funzionari e scarseggiano i profeti. Ho l’impressione che, in questo momento, per uscire dal ginepraio in cui siamo finiti, ancor più importante della conoscenza degli economisti, sia l’audacia dei profeti, capaci di informare sull’origine della cupidigia che, come ho già detto, è alla radice del disastro che stiamo subendo.

Tutti sappiamo che la Chiesa denuncia l’ingiustizia. Il problema è che utilizza un linguaggio troppo generico, come quello del presidente Bush, quando auspica una giustizia duratura. Nessuno dubita delle buone intenzioni del papa. E neanche della sua grande personalità e del suo prestigio mondiale.

Ma la questione è che il papa è il capo supremo di una istituzione presente nel mondo intero e si sforza di mantenere le migliori relazioni possibili con i responsabili dell’economia e della politica di ciascun paese.

Ebbene, dal momento in cui la Chiesa ha adottato questo approccio, è impossibile per lei esercitare quella missione profetica a difesa dei poveri e delle persone maltrattate dalla vita e dai poteri di questo mondo.

Chiunque legga con attenzione i vangeli sa che Gesù, davanti alle autorità e ai ricchi del suo tempo, non si comportò mai come le gerarchie ecclesiastiche si stanno comportando oggi rispetto a questa economia canaglia che sta rovinando il mondo.

È evidente che le preoccupazioni di Gesù erano molto diverse da quelle della Chiesa di oggi. Si deve verificare una catastrofe economica come quella che stiamo vivendo, perché ci endiamo conto di quali siano i reali interessi degli “uomini della religione”. Essi dovrebbero utilizzare il linguaggio della giustizia e della solidarietà, che è quello appropriato per i nostri tempi, ma non alzano la voce quando temono che gli interessi della religione possano essere messi in pericolo.

Questo è quanto, la conclusione è chiara: l’istituzione religiosa è più preoccupata di assicurare la stabilità e il buon funzionamento della religione, che perdere la faccia (con tutto ciò che comporta) per coloro che se la passano peggio.

E se questa è la conclusione logica, il risultato è evidente: i ricchi si sentono sicuri, i poveri rimangono immersi nella loro miseria, e la religione, con i suoi templi e i suoi funzionari, mantiene il suo corso, nonostante essa stia diventando ogni giorno più vecchia e senza forze.

p. José Maria Castillo, teologo

 Scarica l’articolo: castillo.pdf

Foto di Manuela Intartaglia

 

 

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