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Procida. Ma quanto costa l’acqua?

acqua.jpgUn contributo di Francuccio Gesualdi sulla gestione e sui costi dell’acqua, tra possesso pubblico e gestione privata.

Regna molta confusione sotto il pelo dell’acqua. Confusione di ruoli, confusione di idee, confusione di termini, in una parola confusione politica, che poi è ciò che interessa.

Per cominciare: come è gestita oggi l’acqua? In regime pubblico o privato? Pubblico, rispondono tutti i partiti a gran voce. Per due ragioni: perchè gli acquedotti sono di proprietà dei comuni e perchè le società che li gestiscono sono prevalentemente a capitale pubblico. Acque SpA, ad esempio, la società che gestisce l’acqua nel Basso Valdarno, è posseduta per il 55% dai comuni del comprensorio e per il 45% da Abab, una società partecipata per il 30% da privati come Suez o Monte dei Paschi e per il 70% da Acea, società controllata dal comune di Roma.

A conti fatti l’80% di Acque Spa è dei comuni, ergo è pubblica. Ma il diavolo si annida nei dettagli, i comuni non gestiscono l’acqua in forma diretta, la gestiscono tramite società per azioni. Il che li rende simili a dei genitori che non avendo più voglia di prendersi cura dei figli li affidano ad un parente pedofilo. I figli non hanno cambiato cognome, sono sempre in famiglia, ma si può dire che siano ben accuditi?

Fra un comune e una società per azioni passa la stessa differenza che c’è fra un monaco buddista e un soldato di ventura. Il monaco buddista persegue la fratellanza, la nonviolenza. Il soldato di ventura è dedito al saccheggio, alla violenza, regola ogni rapporto a fil di spada. Se il monaco buddista affida la propria comunità al soldato di ventura, ha un bel dire che il suo monastero è una casa di pace, in realtà è un luogo di torture. Per legge la società per azioni non ha altro compito se non la ricerca del profitto per i propri azionisti. Che poi l’azionista sia un comune o un signor Rossi qualsiasi, dal suo punto di vista non cambia niente. Il suo obiettivo rimane quello di espandere i ricavi e di comprimere i costi per creare un utile più alto possibile. Così, sotto il governo delle spa, l’acqua smette di essere un diritto e si trasforma in merce, i comuni smettono di essere tutori del bene comune e si trasformano in padroni sanguisuga, il pubblico smette di essere la casa della solidarietà collettiva e si trasforma in mercato spilorcio. Padrone pubblico, gestione privata, questa è la contraddizione vissuta oggi dall’acqua.

La ragione invocata per affidare i servizi pubblici allo spirito capitalista si chiama efficienza. La tesi è che comuni, provincie, stato, in una parola il pubblico, è così asino, pigro e disonesto da risultare totalmente inaffidabile. Il privato, al contrario, sarebbe così intelligente, intraprendente e onesto da fare miracoli ovunque. Una sorta di re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca. E sicuramente lo è, ma solo per l’arricchimento di sé stesso. Nel gennaio 2008 la dirigenza di Acqualatina è finita in manette per truffa aggravata e frode. Al centro dell’inchiesta, subappalti truccati a favore di aziende del gruppo e manovre per intascare illegalmente decine di milioni di fondi statali. Nel gennaio 2009, il Comando della Guardia di Finanza della Provincia di Frosinone, ha denunciato Acea Ato5 Spa, per avere gonfiato illegalmente le bollette dell’acqua per milioni di euro, a scapito dei cittadini della provincia. Nel novembre 2007 l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha appurato l’esistenza di patti segreti fra Acea e Suez per penetrare nel mercato degli acquedotti toscani. E potremmo continuare con altre inchieste tanto per dire che l’onestà del privato è tutt’altro che da dimostrare. Come pure la sua efficienza che spesso si traduce in sacrifici per i lavoratori e arricchimento dei dirigenti. Ad esempio, Fausto Valtriani presidente di Acque spa ha diritto a un compenso lordo di 44.400 euro l’anno e a un gettone di presenza di 155 euro ogni volta che siede in riunione.

Ma la ragione forte per ricorrere all’impostazione privata è il bisogno di soldi per gli investimenti. Un’esigenza molto sentita nel settore dell’acqua, perchè la rete è un colabrodo da un capo all’altro d’Italia. L’osservatorio di Legambiente della Toscana afferma che anche la rete pisana perde il 42% dell’acqua immessa in tubatura.

Servirebbero investimenti per milioni di euro, i comuni non li hanno, lo stato non li dà, che fare? “Rivolgiamoci ai privati – gridano i politici in coro – loro i soldi li hanno”. I privati come Suez, Caltagirone, Pesenti, Veolia, si tuffano a pesce nell’affare, entrano come soci nelle società di gestione, ma quando si tratta di raggranellare i soldi per gli investimenti si guardano bene dal seguire la strada maestra che consiste nel mettere mano al portafogli per aumentare il capitale sociale. Non sono stupidi, i soldi non li vogliono tenere bloccati nelle casse aziendali, preferiscono tenerli in tasca per cogliere al volo ogni opportunità di guadagno offerto dalla speculazione finanziaria. La conclusione è che i soldi si cercano in banca, magari presso le stesse che siedono come soci nella società di gestione dell’acqua. Ma qui vengono fuori nuovi problemi non perchè le banche siano a corto di soldi, ma perchè c’è un vizio d’origine nel sistema a tariffa. Nella logica d’impresa, gli investimenti effettuati a debito si recuperano attraverso le vendite e se non ci sono le condizioni per piazzare nuove quantità di prodotto non rimane altra scelta che l’aumento dei prezzi. L’acqua è un caso di scuola: come dicono gli economisti la domanda è rigida, i consumi sono stabilizzati, inevitabilmente ogni nuovo investimento si traduce in aumento dei prezzi. Ma i direttori d’azienda sanno di non poter tirare troppo la corda, non possono spingere i prezzi oltre certi livelli, non rimane altro da fare che ridurre gli investimenti al minimo indispensabile. Il risultato è che mentre nel 1985 gli investimenti nel settore dell’acqua, a livello italiano, ammontavano a 2,3 miliardi di euro, nel 2005 sono scesi a 700 milioni di euro. Paradossalmente i prezzi salgono e i problemi rimangono, le condutture d’Italia continuano a perdere. Al colmo dell’assurdo le società di gestione sono arrivate a chiedere al pubblico che sia lui a metterci i soldi. E’ successo a Firenze il 20 giugno 2008: Alfredo De Girolamo, presidente della Confservizi Toscana, prima ha messo in evidenza la necessità di realizzare opere idriche per 900 milioni di euro, poi ha esortato la Regione Toscana a dare i soldi per non fare ricadere i costi degli investimenti in tariffa. Investimenti pubblici, profitti privati: ecco il sogno dei capitani d’impresa, degni discepoli dello sceriffo di Nottingham che prendeva ai poveri per dare ai ricchi.

Benchè i comuni d’Italia si stiano trasformando in società per affari, la funzione del pubblico non è dedicarsi alle vendite. Per questo ci sono già i mercanti. Il suo compito è proteggere la comunità e fornire servizi a rilevanza sociale. Nel caso dell’acqua, gli obiettivi da raggiungere sono preservazione e diritto. Preservazione perchè l’acqua è una risorsa sempre più scarsa. Diritto perchè assolve a funzioni vitali. Il primo obiettivo si raggiunge spendendo tutto quello che serve per costruire una rete priva di perdite ed educare la gente ad evitare gli sprechi. Il secondo obiettivo si raggiunge garantendo a tutti il fabbisogno minimo di acqua valutabile in quaranta litri giornalieri procapite. Due obiettivi che non possono stare nel meccansismo della tariffa, ma della fiscalità, una forma di pagamento che non è collegata a ciò che si riceve in cambio diretto, ma a quanto si guadagna. Chi più ha, più paga: questo è il principio di una fiscalità progressiva che si ispira a criteri di equità. L’opposto della tariffa che facendo pagare in base ai consumi tassa la vecchia pensionata come il magnate d’impresa.

da www.pisanotizie.it

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