Procida. Rosalia D’Amato 4 mesi di prigionia. Pirata a bordo: “Non potete parlare con equipaggio”

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E sulla Savina Caylyn telefoni spenti

Sono 4 mesi esatti che la Rosalia D’Amato si trova in mano ai pirati somali. Una nostra chiamata a bordo della Motonave e la risposta di un pirata: “non posso farvi parlare con gli uomini dell’equipaggio”. Silenzio su tutta la linea. La Farnesina si nasconde e non spiega cosa intende fare di concreto per la liberazione dei nostri connazionali.

Il riserbo funziona sempre: è utile quando non si hanno argomenti sostanziosi e ti permette di prendere tempo. Sono passati infatti oltre sei mesi dal sequestro della Savina Caylyn, 4 mesi per la Rosalia D’Amato e a tutt’oggi, dopo le dichiarazioni del ministro Frattini, non si è ancora capito quale sia la strada che intende percorrere il governo per la liberazione degli ostaggi. Preso atto che il capo della Farnesina non farà nulla per attuare una trattativa con i pirati e che non si deve parlare di riscatto, preso atto ancora che l’idea di un intervento militare non è percorribile se non con uno spargimento di sangue e constatato che le missioni in terra d’Africa non hanno sortito alcun effetto, risulta ancora poco chiaro davvero, su cosa possa fare il nostro Ministero degli Esteri per occuparsi dei nostri connazionali che si trovano in seria difficoltà sull’imbarcazione Savina Caylyn, sequestrata dai pirati somali l’8 febbraio scorso e per gli altri nostri marittimi che si trovano sulla Rosalia D’Amato, in compagnia dei marinai filippini e indiani. Che il Ministero informi poi le famiglie dei sequestrati costantemente, da quello che raccontano gli stessi familiari non è esattamente così: prova ne è il fatto che pochi giorni prima della nostra nuova conversazione con il Comandante della Savina, Lubrano Lavadera, l’8 agosto scorso, nessuno, all’unità di crisi, era in grado neppure di sapere se i nostri connazionali erano in vita.
In totale sono 11 italiani, 17 indiani e 15 filippini i marittimi tenuti in ostaggio e per il quale il Ministero degli Esteri italiano ha la responsabilità in quanto l’imbarcazione battente bandiera italiana, è considerato territorio nazionale. Il riscatto richiesto per la Savina Caylyn ammonta a circa 14 milioni di euro, che in un primo momento gli stessi pirati avevano deciso di abbassare per venire incontro alle difficoltà dell’armatore che ricordiamo è la Fratelli D’Amato con sede a Napoli, ma anche in altri paesi europei. La trattativa sembrava essere a buon punto intorno alla fine di maggio primi di giugno, poi qualcosa deve essere saltato. Qualcosa è andato storto e le lamentale da parte dei pirati coinvolgono il mediatore della compagnia armatoriale, un certo Riccardo, come si sente distintamente dalla voce dello stesso comandante Lubrano. Ecco che a quel punto è calato il silenzio per 53 giorni, che sono serviti ai pirati per rifornire l’imbarcazione del carburante necessario per prolungare il sequestro, razionare l’acqua a bordo e preparasi a rimanere anche altri sei mesi, senza alcuna fretta da parte loro. Una situazione ingarbugliata e per la quale gli attori che si trovano come parte avversa dei pirati, sembrano non volere giocare una partita da cui non possono sottrarsi. In tutto questo 43 marinai sono sotto il sole torrido dell’equatore, con gravi problemi di alimentazione, condizioni igienico sanitarie disastrose, stress psicologici infiniti e quindi in condizioni di salute che vanno oltre la precarietà. Finalmente, bisogna dire, stanno fioccando le iniziative e la giusta mobilitazione sul caso. Stanchi dei silenzi e della monotonia delle risposte istituzionali, i parenti della Savina Caylyn hanno avuto il coraggio di emergere dal silenzio. Silenzio che invece ancora avvolge l’altro caso in questione: quello della Rosalia D’Amato.
Oggi sono esattamente 4 mesi dal giorno in cui furono sequestrati, il 21 aprile scorso. Al totale silenzio dei parenti dei sequestrati, si aggiunge quello dell’armatore, la Perseveranza Navigazione che in qualche modo fa sempre parte dello stesso gruppo armatoriale della grande famiglia D’Amato. Siamo ancora in attesa di capire per quale motivo, con una imbarcazione “cugina” finita in mano ai pirati 2 mesi e mezzo prima, si sia volutamente attraversato il mare dei pirati, quando una rotta meno pericolosa era possibile seguire dalla punta del Sudafrica, verso il porto in Iran nel golfo Persico, dove era diretta la motonave. Se per la Savina Caylyn il passaggio in quel mare era obbligato, per la Rosalia D’Amato, no. Da bordo, dopo due conversazioni avute con il secondo ufficiale di coperta, Maresca di Vico Equense, l’ultima telefonata da noi effettuata proprio ieri ha ricevuto un secco no dei pirati alla richiesta di poter parlare se non con i membri dell’equipaggio, almeno con il loro mediatore. La risposta è stata che non è possibile, almeno al momento, parlare con qualcuno.
Si vocifera che la compagnia armatoriale, si sia mossa per chiedere lo stato di avaria generale dell’imbarcazione, notizia che se fosse vera, complicherebbe sicuramente le trattative. Abbiamo appreso che la richiesta di riscatto da parte dei pirati è di 6 milioni di dollari. Per il resto la Rosalia D’Amato sembra inghiottita da un buco nero.
Quattro mesi dunque di assoluti silenzi. Mentre le altre navi occidentali, finite nelle mani dei pirati somali, in due o tre mesi massimo, vengono liberate, qui in Italia cerchiamo di battere questo triste record. Ora anche la Rosalia D’Amato ha superato i giorni di sequestro del rimorchiatore italiano, Buccaneer, la prima delle imbarcazioni finite in mano ai moderni bucanieri della Somalia, l’11 aprile del 2009 e liberata, dietro pagamento del riscatto di 4 milioni di dollari, il 9 agosto dello stesso anno. Meno di 4 mesi per arrivare a conclusione. Per la Rosalia D’Amato e ancor di più per la Savina Caylyn, invece le cose andranno ancora per le lunghe. Rimanere composti e in silenzio è l’imperativo categorico dettato dalla Farnesina: l’allungamento della detenzione a bordo, il risultato.
Messaggio per la Farnesina.
Si tranquillizzi il Ministro che questo fuoco di fila nei suoi confronti, nulla ha a che vedere con la sua provenienza politica e che se fosse stato il centro sinistra al governo, per noi nulla sarebbe cambiato: noi facciamo domande e cerchiamo risposte concrete per la risoluzione del caso, Lei, signor Ministro, ha il dovere di assistere al meglio gli italiani che si trovano in difficoltà all’estero e questa situazione, si da il caso, sia ben peggiore di altre, anche se non dovrebbero esistere disparità di trattamenti, quando in pericolo ci sono delle vite umane.

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