Quando l’8 maggio segnava l’inizio dell’estate

di Giacomo Retaggio

PROCIDA – Oggi è l’8 maggio. un tempo, quando eravamo ragazzi, questa data segnava l’inizio dell’estate. Per lo meno per noi giovanissimi. Era quasi d’obbligo fare il primo bagno di mare, anche se i nostri gentori non sempre erano d’accordo. Essi eccepivano che il tempo non si era ancora stabilizzato e che si sarebbe potuto avere un rigurgito di inverno. E citavano il proverbio che “‘a vecchia re maggio jaardètte ‘u cucchiéro”, a riprova che sarebbe potuto ritornare il freddo da un momento all’altro. Noi, in verità, ce ne infischiavamo delle loro raccomandazioni e contnuavamo ad andare al mare, spesso di nascosto. Anche perché, a sentir loro, i bagni bisognava iniziarli non prima della metà di giugno. Ma questo giorno segna per noi Procidani anche una data importante, la ricorrenza dell’apparizione dell’arcangelo Michele sugli spalti del borgo di Terra murata. Noi da piccoli siamo stati abituati a questa festa. Anzi un tempo era una ricorrenza molto importante. Dal mattino presto si udivano le campane di S. Michele suonare a distesa, la gente saliva numerosa da ogni punto di Procida verso l’abbazia, nel pomeriggio una colorata ed animata processione portava il divino Arcangelo in giro per tutta l’isola. Era festa grande: era la festa del protettore. Le persone si accalcavano ai lati delle strade per veder passare il Santo ed al suo passaggio si faceva il segno di croce impetrandone la benedizione. Si aveva una grande fede in lui perché aveva salvato Procida ed i Procidani da un assalto barbaresco l’8 maggio del 1535. Il miracolo dell’apparizione di S. Michele era narrato con molta enfasi e convinzione. Don Nicola Ricci, un curato di fine ‘800 e inizio ‘900, un prete molto in gamba e non ancora sufficientemente studiato, in un suo libro, “Le grandezze di S. Michele”, narra che all’avvicinarsi delle vele barbaresche il Santo comparve in cielo con una spada fiammeggiante. Contemporaneamente le onde del mare si ingrossarono paurosamente e fulmini e saette solcarono le nubi. I corsari, spaventati abbandonarono di corsa le sponde procidane gridando : “Terribilis locus iste”! A quell’epoca lungo le coste c’erano le torri di avvistamento, volute da don Pedro de Toledo. Era una specie di telegrafo he avvertiva dell’avvicinarsi delle vele barbaresche con segnali di fumo di giorno e con fuochi durante la notte. Ischia avvertiva la torre del Pozzo vecchio che a sua volta lanciava segnali di fumo o di fuoco alla torre Gaveta e questa alla torre Tabaia e così di seguito. Leggenda o verità a noi hanno sempre insegnato che quell’8 maggio1535 le cose andarono su per giù così. Ma non andò altrettanto bene per i Procidani il 24 giugno 1544, giorno di S. Giovanni Battista, in cui ci fu un’altra rovinosa incursione barbaresca con ammazzamento di tutti vecchi sul posto e la cattura dei giovani, maschi e femmine, che furono venduti come schiavi. Furono, in quell’occasione addirittura strappate le campane dal campanile e dissepolti i morti dalle tombe. Ma perché tanta violenza e tanta crudeltà da parte barbaresca? Il motivo c’è ed è questo: Papa Paolo III, Farnese, aveva costituito una lega anti mussulmana con Venezia, Napoli, Spagna, Regno pontificio. A questa flotta parteciparono anche i Procidani e non poteva essere diversamente perché questi sono stati marinai da sempre. Questo fatto dimostra come i Procidani fin dal ‘600 hanno partecipato alla “grande Storia”Questa corposa flotta raggiunse Kara-din a Yunisi e gli inflisse una sonora sconfitta costringendolo a fuggire con ottanta galee. Il barbaresco fece buon viso a cattivo gioco, ma se la legò al dito.Si era reso conto che a questa battaglia avevano partecipato anche i Procidani. Nove anni dopo, il 24 giugno 1544 per l’appunto, puntò su Procida e fece un macello. I Procidani, sicuri della protezione di S. Michele, avevano allentato la sorvrglianza. Ma l’arcangelo questa volta non intervenne. Chissà perché! Di questa rovinosa incursione nessuno ne parla. Eppure fece molti danni e molti lutti.Ma noi vogliamo sempre ricordare S. Michele come salvatore di Procida. Quando durante l’ultima guerra i Tedeschi sparavano da Monte di Procida facendo alcuni morti sull’isola ad un tratto si sparse la notizia che con una motolancia armata un gruppo di loro si dirigeva verso Procida per occuparla. Apriti Cielo! I Procidani terrorizzati si rivolsero a S. Michele come i loro antenati del ‘500. Come fu e come non fu l’imbarcazione tedesca andò ad arenarsi alla Croce della Lingua. Si gridò di nuovo al miracolo: S. Michele aveva ancora una volta salvato Procida. Perciò; viva! Viva S. Michele!

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2 commenti

  1. Tanta fede incondizionata commuove e lascia perplessi… è vero che essere credenti aiuta a sopravvivere ma, non tutti siamo disposti a resistere ed insistere senza dubbi ne ripensamenti; la religione che per ognuno è ed è sempre stata d’aiuto a volte viene meno, per stanchezza morale e materiale, angoscia per un futuro incerto che l’uomo o, chi per egli ha programmato spesso a nostro danno !

    • giacomo retaggio

      La Fede uno o ce l’ha o non ce l’ha. Essa è un dono. D’altra parte i dubbi vengono a tutti .L’esistenza di Dio non si può dimostrare. Neanche S. Tommaso c’è riuscito. Ma neanche la sua non esistenza è dimostrabile.

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