Sogno o realtà?

Di Giacomo Retaggio

E’ un tempo magnifico. Non so per quanto tempo, ma per ora è così. Da casa mia, a via Libertà, vedo un mare azzurrissimo e sullo sfondo Monte di Procida. Molte navi vanno e vengono nel “canale” per Ischia, da Ischia, per Pozzuoli, per Napoli. Un tempo, quando ero ragazzo, per il “Canale” passavano anche le grandi navi, navi passeggeri che i vecchi chiamavano “pacchetti” dal francese “Paquebots”, navi da carico che avevano un grosso pennacchio di fumo. Erano navi a macchine alternative alimentate a carbone. Su queste navi quasi sempre erano imbarcati procidani. Oggi queste navi non passano più. Quando la nave passava sotto costa lanciava dei fischi forti e prolungati in segno di saluto. Il navigante intendeva dire alla famiglia ed ai conoscenti; sto quà! Quante volte da ragazzo ho trascorso intere mattinate o interi pomeriggi sul tetto di casa per vedere passare la nave ove stava imbarcato mio padre. Quel fischio lungo, prolungato, profondo ti squarciava l’anima. Sapevi che tuo padre intendeva salutarci. Quanto amore, quanta dedizione, quanta taciturna complicità in quel suono! Quando scendevamo dal tetto mia madre aveva gli occhi lucidi. Ma guai a farglielo notare! Lei si atteggiava a donna forte. Le lacrime sono cosa da gente debole, Io capivo e facevo finta di niente.  Oggi queste navi non passano più. E’ cambiato tutto. Un tempo in questi giorni passavano carretti colmi degli ultimi “tendoni” di uva. Scendevano dal Cottimo o venivano dal faro. L’odore dell’uva impregnava l’aria. I carrettieri cantavano e schioccavano la frusta. Le ruote, cerchiate di acciaio, producevano un fracasso infernale. Di questi tempi si cominciava a pensare alla novena dei Morti. Questa si teneva di prima mattina, quando ancora era scuro. Cominciava il via vai della gente al cimitero. Si preparavano e si cominciavano ad apparecchiare le tombe dei propri morti. Fra una decina di giorni, in occasione della ricorrenza, si faceva a gara a chi aveva la tomba più bella e più ricca di fiori. Ricordo che da bambino andavamo tra le tombe per fregarci la cera che colava dalle candele. Oggi queste non ci sono più, sono tutte lampade elettriche.  Mi affaccio alla finestra e vedo macchine e macchine passare in continuazione. Un tempo vedevo passare asini, mucche, capre trascinate da qualche ragazzo che veniva portata al “Caprone” per essere fecondata. Sembra ieri, ma è finito tutto. Le strade erano silenziose. Si sentiva solo il grido dei “parulari” la mattina e quello dei pescivendoli che gridavano: Kala! Kala! Era un ritmo di vita lento, calmo, quasi sonnolento. E noi così vivevamo. Dopo i morti si cominciava a pensare all’Immacolata. Sempre di mattina presto. Quante corse lungo le scale che portavano al campanile della Madonna della Libera! Ci attaccavamo alla fune delle campane e si gareggiava a chi suonava più forte. Il suono si diffondeva violento per tutta la campagna circostante, Era ancora notte. Gli uccelli venivano svegliati di colpo. Sì così era la nostra vita un tempo, Oggi è cambiato tutto. A volte, io che ho quasi attraversato tutto il secolo, nel ricordarmi queste cose, mi chiedo; ma è un sogno o è la realtà?

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