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Trent’anni fa moriva Romero, vescovo martire

Venne ucciso dagli ‘squadroni della morte’ salvadoregni, durante la Messa.

Una delle sue prime omelie da arcivescovo di San Salvador – capitale di uno dei più piccoli Stati dell’America Centrale – Oscar Arnulfo Romero la pronunciò nel 1977 per ricordare, durante il suo funerale, uno dei primissimi martiri della chiesa latinoamericana, padre Rutilio Grande.

Quest’ultimo, parroco gesuita, negli anni precedenti era faticosamente riuscito ad aggregare circa duemila ‘campesinos’ attorno alla sua comunità religiosa, nel villaggio di Aguilares: spiegava loro come rivendicare diritti minimi e come difendersi dall’arroganza dei proprietari terrieri e dalla violenza dei ‘pistoleros’ minacciosi. Finì ammazzato per strada, insieme a due parrocchiani, prima di giungere in chiesa.

Per riflettere sulla vita e la morte di un grande “pastore” – che ha segnato la strada di chi oggi può battersi senza paura per l’emancipazione dell’America Latina – occorre partire dalla sua solida amicizia e dall’interazione profonda con quello straordinario prete di campagna.

Prima della sua nomina ad arcivescovo del capoluogo, infatti, Romero era considerato un prelato conservatore, più adatto a studiare in biblioteca che non ad assumere il ruolo di pastore delle anime e dei loro corpi sofferenti. Alla Chiesa salvadoregna, divisa al suo interno, serviva un uomo di mediazione, un vescovo senza troppi grilli per la testa: Romero appariva come il candidato migliore.

La sua conversione graduale fu spiegata dallo stesso Romero, nel corso di una chiacchierata confidenziale con il padre superiore gesuita Cesar Jerez, passeggiando a Roma nei pressi della basilica di San Pietro nel 1979: “Ognuno ha le sue radici. Io sono nato in una famiglia molto povera. Ho sofferto la fame, so cosa significa lavorare da bambino. Da quando entrai in seminario e iniziai i miei studi, fino a quando mi mandarono a Roma a finirli, passai anni e anni tra i libri dimenticandomi delle mie origini. Mi feci un altro mondo. Poi tornai in El Salvador e mi diedero l’incarico di segretario del vescovo di San Miguel. Ventitré anni di parroco lì, ancora immerso nelle carte. E quando mi portarono a San Salvador come vescovo ausiliare, caddi nelle mani dell’Opus Dei e lì rimasi… Poi mi mandarono a Santiago de Maria e lì mi scontrai di nuovo con la miseria: con quei bambini che morivano solo per l’acqua che bevevano, con quei contadini che faticavano duramente per ore e ore… Sa, il carbone che è stato brace… un piccolo soffio e prende fuoco! E non fu roba da poco quello che successe quando arrivò all’arcivescovado Padre Grande. Lei sa quanto io lo stimassi. Quando io vidi Rutilio morto pensai: se lo hanno ammazzato per quello che faceva, tocca a me camminare per la sua stessa strada… Cambiai, sì, però fu anche un ritorno”.

In parallelo al percorso personale e religioso dell’arcivescovo, in Salvador infuriava la guerra civile: popolo oppresso e guerriglia da una parte, militari, oligarchi e ‘squadroni della morte’ finanziati dai proprietari terrieri dall’altra. In mezzo una conferenza episcopale tentennante, in uno scenario di crescente divario tra ricchi e poveri, in un clima di violenza e oppressione, con i contadini e i più deboli privati della benché minima speranza di dignitosa sopravvivenza.

Se l’omicidio di padre Grande ha rappresentato uno spartiacque nella vita di Romero, l’arcivescovo ha indirizzato sempre più l’attività pastorale nella coerente difesa degli oppressi: “Vorrei chiarire un punto – disse dal pulpito della cattedrale l’11 novembre 1979 – è stata data una discreta eco a una notizia di minacce di morte alla mia persona… Voglio assicurarvi, e vi chiedo preghiere per essere fedele a questa promessa, che non abbandonerò il mio popolo, ma correrò con lui tutti i rischi che il mio ministero esige da me”.

E così accadde, quei “rischi” lo avvicinarono prematuramente alla morte che lo raggiunse sullo stesso altare, quattro mesi dopo. Ma prima che un proiettile di fucile gli spezzasse il cuore, riuscì a pronunciare alcune limpide frasi: “So bene che molti si scandalizzano di queste parole e vogliono accusarmi di aver abbandonato la predicazione del Vangelo per intromettermi in politica. Ma io non accetto questa accusa; compio invece uno sforzo affinché tutto ciò che hanno voluto spiegarci il Concilio Vaticano II e le conferenze di Medellìn e di Puebla non resti soltanto sulla carta e negli studi teorici, ma lo si possa vivere e tradurre in questa conflittuale realtà. Predicando nel modo migliore il Vangelo per il nostro popolo… E anche se continua ad essere una voce che grida nel deserto, so che la Chiesa sta facendo lo sforzo di adempiere alla sua missione”.

A dire il vero, i fautori dello “sforzo” di quella Chiesa che praticava “l’opzione preferenziale per i poveri” e che dapprima elaborò e poi mise a punto la cosiddetta “teologia della liberazione” – proprio durante le conferenze episcopali latinoamericane (Celam) svoltesi a Medellìn e a Puebla nel 1968 e nel 1979 –  incontrarono molti nemici all’interno della stessa “casa comune”.

Avversari dichiarati furono gli esponenti dell’Opus Dei, ma la scuola teologica nata a Medellìn venne osteggiata direttamente da papa Wojtyla con il dogmatico supporto dell’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che arrivò a “processare” a più riprese il massimo esponente di quella “corrente”, l’intellettuale brasiliano e frate francescano Leonardo Boff (indotto ad abbandonare l’Ordine religioso nel 1992).

La figura di Romero, insomma, appare ben lontana dalle linee-guida diffuse a gran voce, nel corso degli ultimi due decenni, dalle istituzioni ecclesiastiche vaticane. Con l’ultimo pontificato, poi, credenti e non hanno assistito ad una vera e propria escalation di richiami ispirati a presunti “valori” contrapposti ad una visione laica dell’esistenza umana. Basti pensare, in casa nostra, al recentissimo anatema lanciato dal cardinal Bagnasco contro la classe politica che non difenderebbe la “vita” (InviatoSpeciale ne ha scritto qui) e che – piaccia o meno a Monsignore – avvicina sempre più Santa Romana Chiesa ai farisei e ai “mercanti del tempio”.

Paolo Repetto

http://www.inviatospeciale.com/2010/03/trentanni-fa-moriva-romero-vescovo-martire/

Leggete anche: Monsignor Oscar Romero,un martire per l’uguaglianza di Edoardo Caprino

http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=4812&Cat=1&I=immagini/Foto%20R-T/romero_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28&Page=1

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