Di Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo
Era una notte senza luna, quella del 19 maggio del 1977.
Su un mare piatto color inchiostro, una barca da pesca solcava il canale di Procida, proveniente da Torregaveta. Al timone Franchino Esposito, detto “ Calacione”.
Non rientrava alla sua Sentcò con un carico di pesci, ma con un carico di sangue.
Due sacche di sangue, trattenute gelosamente in una borsa termica, dal dottor Carnevale, che erano destinate a salvare una vita presso l’allora ospedale ” Albano Francescano”.
La mattina era stata operata una signora per asportazione di calcoli alla colecisti.
Era intervenuto il professor Grippo, con l’aiuto del dottor Carnevale e dell’anestesista dottor Conti- Bizzarro. Nel pomeriggio sia l’aiuto, sia l’anestesista, entrambi di Napoli, erano rientrati alle proprie case, dal momento che il decorso post-operatorio procedeva tranquillo. Ma a sera, nel suo giro di visite, non sfuggì all’occhio esperto del professore Grippo, lo strano ed insolito pallore del viso dell’operata. Senza indugi, il previdente chirurgo, decise di intervenire di nuovo. Aveva capito che c’era una emorragia interna in atto. In men che non si dica, fu di nuovo approntato il letto operatorio. A collaborare col professor Grippo, questa volta, fu lo stesso aiuto dottor Carnevale, giunto apposta da Napoli con la barca di “Calacione”, e l’anestesista locale, il dottor Retaggio, che era sempre disponibile in qualsiasi evenienza.
Presenti erano pure l’infermiera Giovanna, lo studente in medicina volontario, il segretario Umberto e persino la cuoca Genoveffa. Tutti pronti a dare una mano per salvare una vita umana.
Alla riapertura dell’addome, la realtà che si presentò agli astanti, dette ragione alla provvidenziale intuizione del professore Grippo. Sotto il fegato c’era un lago di sangue. Calmo e meticoloso, il chirurgo, mentre il dottor Carnevale asciugava il sangue, cercò di tamponare con ago e filo tutte le perdite, facendo attenzione a non lacerare ulteriormente il delicato tessuto del fegato.
Alla fine dell’opera certosina, rivolse lo sguardo al volto della paziente. Il viso di quella donna, che attimi prima aveva assunto un colore terreo, il colore della morte, ora benché intorpidito dall’anestesia, cominciava a colorirsi, e sembrava sorridere a chi le aveva salvato la Vita. Anche se quel colore sano del volto dipendesse in parte, dal sangue della sacca che le scorreva nelle vene, in fondo tutto era dovuto alla bravura dei medici e all’abnegazione di chi stava loro attorno.
Altri tempi! Altri uomini!
Il professore Grippo era visibilmente soddisfatto, anche se gocce di sudore gli solcavano la fronte.
Pochi giorni fa sulla spiaggia ho incontrato quella paziente, la signora Titina, che mi ha autorizzato a pubblicare questo racconto. Sguazzava felice tra le onde come una giovincella, nonostante i suoi 92 anni.
Mentre le ricordavo quell’episodio, lei sorridendo mi ha confessato: -Io allora non ebbi paura della morte, prima perché avevo piena fiducia nel vostro operato e poi, perché io ho sempre amato la Vita e tuttora la amo-.
Il Procidano notizie e novità da Procida
Caro Peppino, chi la scorda più quella notte! Altri tempi! Il difficile del far pronto soccorso a Procida, su un’isola, è che ti può capitare ogni genere di intervento in qualsiasi momento. E devi intervenire subito, senza se e senza ma. Pena la vita del paziente! Addormentare ed operare un ammalato shockato per un’emorragia in atto è quanto di più rischioso ci possa essere, ma sono responsabilità che presso l’Albano Francescano ci siamo prese. E non una sola volta!… Che ne sanno De Luca e il commissario Polimeni di cosa significhi fare il pronto soccorso a Procida!. Vergogna! Vergogna! Vergogna! A loro, si intende.