abbazia s michele
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Caro don Luigi, tempus fugit! Sembra ieri che lasciasti questa “valle di lacrime”

Caro don Luigi, tempus fugit! Sembra ieri che lasciasti questa “valle di lacrime” e già sono trascorsi dieci anni. Come si sta lassù? E’ vero che in Paradiso tutto è tranquillo? Che nessuno cerca di fregare il prossimo? Che tutto scorre in una perenne e completa beatitudine? Che noia, però! E tu come ti trovi? Come fai a trascorrere il tempo senza entrare in polemica con qualcuno, senza dire la tua, senza la tua battuta caustica? Di certo noi tutti vorremmo (il più tardi possibile, però!) venire a tenerti compagnia in Paradiso, ma, viste le premesse, molti di noi forse bruceranno per sempre nelle fiamme dell’inferno ed è per questo che io preferisco colloquiare con te come se fossi ancora tra noi. Non si può mai sapere! Ti rivedo, con gli occhi della memoria, aggirarti sicuro e solenne tra le navate della chiesa madre inveendo contro qualche lesione delle mura ( del tutto normale alla luce della vetustà del tempio!) e la noncuranza nel provvedere da parte delle istituzioni; ad appiccicare  i tuoi famosi “pizzini” contro le malefatte dei turisti; salire, nonostante l’età e la mole, per le strette e tortuose scale fin sul tetto per verificare lo stato e la tenuta dello splendido soffitto a cassettoni; io, a volte, ti seguivo faticando non poco, mentre tu mi davi lezioni di forza e di resistenza; nella chiesa, giù, si diffondeva nell’aria la sonorità bachiana dell’organo, forse in preparazione di qualche funzione; mi sentivo trasportato in un’atmosfera ( che dite, si può dire?) veramente paradisiaca. Poi, ci rintanavamo nel tuo stanzino, troppo piccolo per la tua mole, ed io mi sedevo di fronte a te su quella sedia semisfondata tappezzata con del velluto un tempo rosso, ma ormai stinto e sdrucito. Sorbivamo il caffè che ci preparava la solerte Angelina, anche lei ora in Paradiso. Tu parlavi, parlavi, infiocchettavi aneddoti, citavi autori classici; eri un pozzo di conoscenza. La tua era una figura di un prete di altri tempi: immaginate, voi che leggete, che conosceva, cosa inconcepibile ai giorni nostri, addirittura il greco ed il latino! Proprio come i preti di oggi… Quel tuo stanzino era la meta di costante pellegrinaggio da parte di molta gente: qualcuno saliva per avere un consiglio, qualche altro ti chiedeva dei soldi e tu non rifiutavi mai, qualche altro ancora ti voleva vendere qualcosa, accampando la giustificazione che aveva moglie e figli da mantenere. Una volta l’imbroglione di turno riuscì a venderti, nonostante le mie occhiatacce di diniego, un binocolo, che non valeva nulla, per una cifra esagerata. In fondo, al di là delle apparenze, eri un ingenuo. Quasi sempre si finiva a parlare del Carcere di cui tu ne eri il cappellano ed il sottoscritto il medico, due figure trasversali, quasi svincolate dalla rigidità dell’amministrazione carceraria, ma molto vicine ai detenuti. Tu, più avanti con gli anni di me, snocciolavi aneddoti sui vari carcerati con i quali eri stato a contatto. Ed io assorbivo come una carta assorbente la tua lezione di vita e di comportamento. Citavi detenuti famosi come Graziani, Teruzzi, Cassinelli, Junio Valerio Borghese che nelle tue parole sembravano rivivere e sorbire il caffè insieme a noi. Ti infervoravi quando ricordavi di aver fornito di nascosto (la cosa era severamente proibita!) la carta al generale Graziani perché scrivesse le sue memorie. Erano tempi difficili, quelli, gli anni dal ’45 al ’50 del secolo scorso, quando il carcere di Procida con i suoi ospiti rappresentava l’ombelico della vita e della storia nazionale. E che tu hai vissuto nella loro durezza sulla tua pelle di giovane prete. Caro don Luigi, in assoluta confidenza ti dico che sento (e sentiamo tutti) la tua mancanza. Non è che potresti chiedere al Padre Eterno il permesso per farti ritornare, anche solo per poco tempo, su questo mondo e segnatamente su questa nostra Procida? Avresti di che ridere ed indignarti! Ma non voglio diventare blasfemo: rimani in Paradiso e goditi la pace eterna. Con affetto e devozione, il tuo amico,

Giacomo  Retaggio

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