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Sui bilanci di parrocchie e diocesi, pubblicarli in nome della trasparenza

Vi proponoiamo un articolo segnalatoci dal’amico Rino D’Orio, autore Roberto Beretta, 50 anni,  lavora da venti al quotidiano cattolico Avvenire.

Uno dei metodi per scrollarsi di dosso i pregiudizi sui «soldi della Chiesa» potrebbe essere pubblicare i bilanci: tutti, subito e anche se non sussiste obbligo.
Ho volutamente lasciato fermare le bocce prima di affrontare la questione dei «soldi della Chiesa», che ha agitato le acque dell’opinione pubblica nelle scorse settimane e che anche in questo blog è stata ripresa grazie all’articolo e alla proposta di Giorgio Campanini. L’argomento meriterebbe una vera e propria inchiesta giornalistica indipendente, che forse però nessuno ha interesse o voglia di fare: quelli «fuori», perché spinti in genere da motivazioni ideologiche o strumentali del momento; quelli «dentro», perché purtroppo la materia è alquanto spinosa e non gradita alle gerarchie.

Mi chiedo per esempio come mai ancora poche parrocchie e ancor più le diocesi non pubblichino i loro bilanci (qualcuno mi smentisca, per favore, su esempi contrari: ma credo che siano casi rari come le mosche bianche). Per non parlare della stessa Cei: che si limita a dar conto dell’8 per mille, come del resto la legge le richiede. Esiste quasi dappertutto il Consiglio degli Affari economici, è vero, nel quale un rendiconto annuale si presume debba essere reso noto; a volte i parroci più «evoluti» riferiscono le cifre globali delle entrate e delle spese dal pulpito, al momento degli avvisi, o magari nella funzione del «Te Deum» di fine anno… Ma quanto a dare una vera e dettagliata pubblicità del bilancio di questi enti ecclesiastici, ad esempio pubblicandoli sul sito Internet, credo che siamo lontani dall’obbiettivo.

Certo, non esiste alcun obbligo; ma proprio per questo – e proprio perché siamo in Italia, dove chiunque riesce a farla in barba al fisco viene considerato un furbo – credo che parroci e vescovi dovrebbero dare l’esempio e andare in controtendenza, contribuendo a rovesciare la cultura opportunista nei confronti dello Stato. Non solo, esiste pure una ragione ecclesiale: se davvero infatti siamo una «comunità» e i fedeli sono l’origine prima dei capitali accumulati (e dei debiti contratti), gli «azionisti» diciamo di queste benefiche Spa, sarebbe doveroso presentare un rendiconto periodico e del tutto trasparente all’assemblea dei cattolici.

Perchè invece ciò non avviene? Me lo chiedo e pongo alcune ipotesi di risposta, invitando chi mi legge (soprattutto gli ecclesiastici) a correggere e integrare.

1. Anzitutto per ragioni fiscali. Nelle parrocchie e nelle diocesi il «nero» è praticamente fisiologico, basti pensare alle offerte. Metterlo in chiaro iscrivendolo in bilancio significherebbe esporsi agli adempimenti burocratici conseguenti (ricevute fiscali, eccetera) e pagarci sopra le eventuali tasse.

2. Ma una seconda ragione, a mio parere non meno pesante, è non mostrare com’è «ricca» la diocesi o la parrocchia (ovvero quanto è «povera», magari per qualche buco dovuto ad errata amministrazione, ma sono casi senz’altro meno numerosi): il sospetto è infatti che i fedeli – vedendo la cifra d’affari mossa dall’ente – si mettano a pensare che non ha bisogno di ulteriori contributi e dunque diminuiscano le offerte.

3. Poi c’è la ragione culturale italica: i soldi da noi si ostentano, ma la loro origine si tiene il più possibile nascosta. Nessuno deve sapere, perché poi magari fa confronti scomodi, mette in giro sospetti, critica le spese compiute (o evitate), eccetera eccetera.

4. L’ultima ragione che mi viene in mente è che vescovi e parroci considerano l’uso del denaro ricevuto in gestione come una parte irrinunciabile della loro autonomia, e dunque del loro potere. Sottoporlo a un «controllo» dall’esterno sarebbe una limitazione intollerabile.

Il risultato è però che nella Chiesa italiana una vera trasparenza per quanto riguarda i soldi ancora non esiste. Per cui suona un po’ falsa la suscettibilità dimostrata dai vertici ecclesiali davanti alla recente campagna massmediatica: le generalizzazioni sulla mancata correttezza fiscale degli enti ecclesiastici vanno senza dubbio rintuzzate e confutate, però manca alla fine una reale controprova che vada al di là della generica fiducia attribuita agli ecclesiastici. Ed è anche per questo che «la ricchezza della Chiesa» fa ancora parte del pensiero comune di molti italiani, pure cattolici. Un’opinione ingenerosa, forse, considerato il frutto positivo di tali beni; ma uno dei metodi per scrollarsi di dosso il pregiudizio potrebbe essere appunto pubblicare i redditi di enti, fondazioni, parrocchie, diocesi: tutti, subito e anche se non sussiste obbligo.

Proprio come si chiede di fare agli uomini politici e ai partiti, anzi meglio ancora: non sarà mica che un vescovo, in questo, vorrà essere secondo a un deputato?

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