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Disagio sociale e povertà alimentare: siamo sicuri che Procida sia esente?

In due anni di crisi, tra il 2007 e il 2008, la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita di circa l’1,9%. E’ invece aumentata la concentrazione delle risorse economiche: il 10% più ricco ne detiene il 44%, mentre la metà più povera arriva appena al 10%. I dati sono stati forniti dalla Banca d’Italia nel supplemento al Bollettino statistico. Secondo il rapporto diffuso recentemente dal Censis e dedicato alla situazione sociale del Paese in seguito alle nuove abitudini determinate dalla crisi economica, in Italia ci sono un milione e 50 mila famiglie in condizione di “povertà alimentare”, pari al 4,4% del totale, con un divario territoriale enorme tra Nord e Sud. Più di una famiglia su quattro arriva a stento a fine mese così per coprire le necessità quotidiane è costretta ad ingegnarsi attingendo ai risparmi accumulati nel tempo, dilazionando i pagamenti o chiedendo un prestito.
La parola d’ordine è tagliare senza andare troppo per il sottile, mettendo al bando gli sprechi e ridefinendo i propri consumi, con gli occhi rivolti alle offerte e ai prezzi più convenienti mentre si dice addio ai vizi che costano troppo, sigarette in testa (finalmente).
Ed allora, cosa fare? Rassegnarsi alla povertà o ripartire dai poveri? Accettare questa sfida e affrontarla proprio quando tutto sembra più difficile o farsi risucchiare nella morsa di una crisi economica che sta mettendo a dura prova la fiducia e la speranza di poterne uscire?
Da questa situazione nessuno può ritenersi fuori ed anche per l’isola di Procida non è un momento facile, anzi. L’incertezza che colpisce molti settori economici su cui si basa il PIL del territorio isolano a partire dal terziario e dell’indotto turistico, il pubblico impiego e la scuola, l’edilizia e per alcuni aspetti anche il comparto marittimo (escluso il crocieristico).
L’aumento delle separazioni e dei divorzi (in Italia ogni anno sono 160mila) che, come ricorda l’Associazione matrimonialisti italiani, trasforma parte di questi soggetti (uomini e donne) in nuovi poveri giacché non si riesce a far fronte agli impegni che ne derivano.
La disgregazione della famiglia, dove l’anziano non rappresenta più una risorsa in termini di trasmissione di esperienze ed esempio per il suo vissuto e per l’approccio ai problemi e alle difficoltà della vita, di punto di riferimento per le giovani e giovanissime generazioni con quest’ultimi assediati dalla società “commerciale” che gli propina modelli ed abitudini solo in funzione del business e del tornaconto economico.
Dunque, la povertà e il disagio provengono ormai da una pluralità di cause. La mancanza di un lavoro, come avveniva una volta, ma possono derivare anche dal lavoro, quando esso è sottopagato o mal pagato; nascono dall’assenza di una famiglia, ma possono essere la conseguenza di “troppa famiglia”. Possono sorgere da un problema di salute, da un problema abitativo o dall’instabilità dei legami familiari, che rende improvvisamente precaria la situazione economica dei coniugi separati; possono essere la conseguenza di un’innovazione tecnologica o di un prestito ad usura; e via di questo passo. Così come si è trasformata la povertà, è sempre più difficile per le pubbliche istituzioni intervenire, progettare delle misure risolutive, valide per tutti e una volta per tutte. Questo non significa che lo Stato debba rinunciare ad agire data la complessità del compito. Significa, se mai, agire di più e soprattutto agire diversamente, dotarsi di strumenti sempre più raffinati di conoscenza e di analisi, seguire da vicino i problemi, monitorarne l’evoluzione, agire con accortezza nella pianificazione degli insediamenti sul territorio, potenziare il ruolo dei servizi, “ottimizzare l’efficacia delle risorse, impedire sovrapposizioni di competenze e settorializzazioni delle risposte”. Significa anche valutare i problemi in un’ottica di sistema molto più ampio, con la partecipazione e il coordinamento dei diversi Paesi. Ma per compiere questo salto di qualità, comunque, lo Stato e le istituzioni da soli non sono sufficienti. Occorre poter contare su una responsabilità diffusa, ed è indispensabile la compartecipazione attiva della società civile.

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