Il Cristo morto di Lantriceni una vera opera d’arte

di Giacomo Retaggio
PROCIDA – Qualche giorno fa mi telefona Matteo Germinario, priore dei Turchini, e mi dice: “Che ne pensi se portiamo il Cristo morto nella chiesa della Pietà alla Marina nella ricorrenza della festa mariana?” “Daccordissimo!”- rispondo- “Vedi anche come la pensa il Cardinale”. Questi dopo qualche giorno ha dato parere favorevole. E così il Cristo morto dal 12 al 23 settembre sarà nella chiesa della Pietà esposto alla venerazione dei fedeli. Detta così la cosa assume l’aspetto più normale possibile: né più e né meno di una comune manifestazione liturgico- religiosa. Ma non è così. Il nostro Cristo morto è una vera e propria opera d’arte, forse l’unica degna di questo nome nel patrimonio artistico – religioso di Procida. Io che la conosco da sempre e non sono neanche uno sprovveduto, ogni volta che la vedo sento come un pugno nello stomaco. E non lo fa solo a me. La bocca semiaperta, gli occhi velati, la muscolatura abbandonata, il torace incavato, il colorito cereo, comunicano un senso di morte e spingono l’osservatore a toccarlo per sincerarsi che non sia una persona vera. Una antica leggenda metropolitana lo vuole scolpito da un carcerato della locale Casa Penale, ma non è vero. Infatti sulla base della statua è incisa una scritta:” A. D. 1728 Neapoli Carminus Lantriceni sculptor”. Il carcere è stato istitituitoa Procida “solo nel 1830 da Ferdinando II di Borbone “, quindi più di cento anni separano le due date. Eppure la credenza è dura a morire e pare che quasi dispiaccia ai Procidani di conoscere la verità. Certo che l’immagine del carcerato , che nella penombra di una cella, sudando e bestemmiando, scolpisce il Cristo. è molto più romantica ed accattivante. Io stesso nella mia permanenza venticinquennale sul carcere, aggirandomi quotidianamente per le celle del palazzo D’Avalos, pur sapendo che non era vero, mi chiedevo quale potesse essere stata quella che aveva ospitato il carcerato scultore. Forse nell’immaginario collettivo popolare la sofferenza dell’uomo crocefisso e del detenuto si sovrappongono e diventano tutt’uno. Ma chi era Carmine Lantriceni? Non si sa molto di lui, tranne che era un “pastoraio”, vale a dire un costruttore di pastori e scenografie presepiali. Attività questa non disdicevle nella Napoli settecentesca tanto è vero che veniva praticata anche da scultori del calibro di Bottiglieri e Sammartino. Il nostro Cristo rientra nel filone del barocco napoletano che fa capo allo scultore e pittore spagnolo, trapiantato a Napoli, Josef De Ribbera. Chi volesse maggiori delucidazioni sull’argomento può consultare il mio libro “Il Cristo morto di Procida. Nebbia e mistero” ancora disponibile presso la Congrega dei Turchini di Procida .
 
 

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