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Il crollo del servizio formativo nel nostro Paese

Di Michele Romano

PROCIDA – Siamo all’inizio del nuovo corso scolastico e apprendiamo dalla stampa con titoli allarmanti come “Fuga dalla scuola” di oltre 150mila studenti ogni anno dal 1995 che la vera e drammatica emergenza del nostro Paese è il crollo del “servizio formativo”, pilastro essenziale su cui si costruisce l’essenza vitale di una comunità proiettata verso il futuro.

Perché ci troviamo davanti a questa problematica?

Semplicemente per aver prodotto un deleterio equivoco cioè che le scuole secondarie superiori sono diventate palestre di aridi tecnicismi non più luoghi di formazione dediti allo sviluppo del senso critico, della sensibilità verso la solidarietà, l’equanimità, la ricerca profonda ed umile del ciò che è giusto dal perfidamente ingiusto tanto da rendere idoneo, successivamente, ad acquisire le competenze specifiche, attraverso le scelte universitarie e poi nell’ambito lavorativo. E qui vogliamo rammentare l’esperienza di un nostro allievo, laureato alla Bocconi in economia, che avevamo inoltrato allo studio del greco antico. Andato a specializzarsi nella prestigiosa Università di Berkeley, stupito e meravigliato, ci chiamò per dire che, nella prova di valutazione finale, erano state inserite alcune traduzioni di testi della cultura greca. Rispondemmo al suo stupore che ciò corrispondeva ad una logica fondata sulla natura ermetica della lingua greca cioè un suo vocabolo dà adito a varie interpretazioni e, pertanto, educa alla pazienza della ricerca, all’esercizio del pensare, della curiosità, della creatività filosofica. Ciò indica come, il pragmatismo americano, in contro tendenza al nostro oblio, sta scoprendo le radici e i valori della cultura occidentale che ci ha offerto l’approccio alla politica, alla democrazia, all’etica, alla medicina, alle arti del teatro, musica, pittura, scultura, etc. D’altra parte il disprezzo per la cultura che trasuda nei nuovi governanti rischia di condurci a regredire dalla configurazione di “popolo” a quello di “plebe” parimenti all’irrilevanza della scuola, già iniziata con tanti analfabeti di ritorno, compresi quelli con studi universitari. Per di più, nella nostra “polis micaelica”, assistiamo ad un fenomeno che, negli ultimi tempi, si sta ampliando cioè la prassi di nuclei familiari che fanno coincidere lunghe gite “fuori porta” in concomitanza dell’inizio dei corsi scolastici, diseducando e demotivando i propri figli dall’amore per lo studio e l’etica della responsabilità per progettare il proprio futuro. E qui, veramente, entriamo negli abissi e nel cuore delle tenebre dell’insipienza. Si è scritto che serve un nuovo patto che coinvolga genitori, studenti e tutto il personale scolastico. Siamo d’accordo ma con una premessa decisiva: senza riformulare la centralità della “scuola pubblica” con il respiro cosmico dell’ascolto, senza la presa di coscienza da parte dei genitori e docenti di ribaltare le attuali modalità formative nei riguardi dei figli e degli allievi, non si impedirà l’avanzata verso la desertificazione esistenziale che ci sta avviluppando.

Postilla finale: Se c’è ancora un barlume di speranza per ridare tonicità alla scuola, bisogna subito costruire un percorso per l’ingresso di tanti talenti con profili professionali alti di cui il Paese è pieno in una realtà lavorativa dove la demotivazione e la dequalificazione regna sovrana.

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