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Il nuovo governo si è dimenticato del mare? Intervista ad Alfonso Mignone

di Nicola Silenti per Destra.it

Orfano ancora una volta del tanto sospirato ministero del Mare, il comparto marittimo guarda comunque con attesa e speranza al nuovo governo giallo – verde guidato da Giuseppe Conte. Un’apprensione carica di attenzioni e di aspettative ulteriori, in particolare, circonda dal giuramento di venerdì pomeriggio il senatore cremonese a cinque stelle Danilo Toninelli, nuovo ministro delle Infrastrutture e dei trasporti che diventa da subito terminale dell’infinito ventaglio di aneliti, desideri e speranze di riscossa del nostro pianeta blu. Un ministro giovane, autorevole e apprezzato che approda allo scranno principale di un dicastero chiave senza un adeguato retroterra culturale e un’esperienza specifica nella materia marittima che non può porlo al riparo dai dubbi e dalle perplessità iniziali di tanti uomini e donne del comparto. Uomini come l’avvocato campano Alfonso Mignone, da anni impegnato sul versante della tutela legale e della formazione tecnica e culturale dei professionisti impegnati nelle attività del cluster marittimo e dei trasporti nazionali e internazionali. Presidente dell’International propeller club del porto di Salerno nonché esperto di diritto della navigazione e dei trasporti, Mignone è una figura tra le più stimate nell’universo degli operatori dell’imprenditoria marittima e dello shipping e nella gestione dei contenziosi nell’ambito dei trasporti.

Alfonso Mignone, cosa vorrebbe dire al nuovo ministro dei Trasporti?

«Anzitutto vorrei fare al ministro Toninelli un sincero “in bocca al lupo”. Quindi gli vorrei indirizzare alcuni input, semplici ma fondamentali a partire da un dato basilare: l’economia del mare è una risorsa inestimabile per tutto il sistema Paese, una testimonianza della forza e della vitalità di un settore, come lo Shipping, che da solo riesce a dare lavoro a oltre 180 mila imprese e 500 mila persone».

Giusto per dargli la misura della sua responsabilità?

«Esatto. La voce “mare” è un dato determinante dell’apparato produttivo, dell’economia e della cultura italiana, e non potrebbe essere altrimenti per una penisola, in quanto tale legata a doppio filo con la sua vocazione marittima: non fosse altro che per i suoi 7500 chilometri di coste e dei suoi approdi tra porti commerciali, scali industriali e marine turistiche tra le più rinomate nel mondo. E siccome la geografia è anche il destino di un Paese e del suo popolo, è fondamentale tenere sempre a mente che questa è la collocazione e il ruolo dell’Italia nello scenario geopolitico nel bacino del Mediterraneo.

Intende dire che esistono nuove prospettive per il Paese?

«Da questo punto di vista il potenziale dell’Italia è da sempre enorme. Sia per le migliaia di chilometri di coste che la caratterizzano, sia per l’articolato sistema portuale di cui è dotata, sia anche per la sua posizione centrale. Il nostro Paese è hub naturale per il continente europeo, affacciato verso l’Est Europa, verso l’Africa e il Medio Oriente. Dunque la sua geografia alimenta anche straordinarie opportunità, tanto più importanti nell’era della globalizzazione. Per questo è indispensabile rovesciare la percezione corrente che ci vede periferia d’Europa e porre al contrario l’accento sulla nostra collocazione nel cuore del Mediterraneo.

Per alcuni sembra quasi che in questo campo l’Italia sia all’anno zero. E’ davvero così?

«E’ vero l’esatto contrario. L’Italia vanta una secolare tradizione marinara ed un know how riconosciuto a livello mondiale che si sposa con il ruolo di piattaforma logistica del Mediterraneo. Basti pensare alla preparazione e alla professionalità della nostra Marina e della nostra Guardia costiera, che anche senza un equilibrato supporto dell’Unione europea si sono distinte per le azioni a salvaguardia della vita umana in mare con le operazioni “Mare nostrum” e “Frontex”.

Per concludere, non c’è dubbio che l’Italia debba recitare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo: perché questo avvenga però è indispensabile un reale sostegno alla crescita della portualità e politiche marittime Nord – Sud diversificate (ma non squilibrate) che non possono essere risolte dal “tocco magico” delle Zone economiche speciali e delle Zone logistiche speciali. Occorre poi pensare a interventi a supporto dell’innovazione tecnologica nel campo dello shipping a vantaggio del Made in Italy ed una costante e fattiva collaborazione con l’Università, che dovrebbe essere fucina di esperti del settore. In ultima analisi, una politica che abbia davvero il Mare al centro dell’attenzione non può che comportare una crescita del PIL nazionale ed il consolidamento del nostro prestigio internazionale».

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