Il Venerdì Santo procidano non deve morire

di Giacomo Retaggio

PROCIDA – Queste albe di fine inverno, con il biancore che vedo comparire ogni giorno più presto dal lato del Vesuvio, con un’atmosfera calma, tranqtilla, senza un alito di vento, mi mettono addosso una voglia incontenibile di Venerdì Santo. Chiamatemi stupido, retrò, infantile , ma a me il preludio della primavera senza il colore, il sapore ed il suono del Venerdì Santo non mi dice niente. Forse dopo due anni senza processione, come tanti altri Procidani, sarò in crisi di astinenza, ma è così. Cosa significa la Pasqua procidana senza la Processione? Nulla! La Processione per un Procidano è tutto: è l’attesa, la gioia, degli incontri, il pianto di un bambino vestito da angioletto, il suono della tromba, l’odore della pastiera appena sfornata, il vociare dei ragazzi che arrancano per strada con i “misteri”, le note cariche di mestizia della “Ione”. Vi prego datemi queste sensazioni, queste cose, datemi una parte del mio essere: Datemi di nuovo il mio Venerdì Santo! Questo è lo spirito di Procida e cerchiamo di non ignorarlo proprio quest’anno che è l’anno di Procida capitale. La gente, anche se talvolta non se ne rende conto, ha bisogno del Venerdì Santo: questo è troppo radicato nel nostro essere Procidani che non ne possiamo fare a meno. Nel centro dialisi che io frequento, ormai, da oltre due anni, una giovane e pimpante infermiera, madre di un bambino di un anno e poco più, mi chiedeva se quest’anno si fa la processione.”Perché- mi ha detto- lei aveva l’abito da angioletto e doveva vestire il figlio” E ha aggiunto che era un abito antico, di famiglia, e che lei ci teneva molto a che suo figlio lo indossasse.Questa bella fanciulla forse non si è resa conto che lei con le sue parole incarnava lo spirito di Procida, quasi a continuare un ciclo, a rinverdire e perpetuare una tradizione. Perché a Procida gli “angioletti” del Venerdì Santo sono la prima tappa di un percorso, che è un percorso di vita e di crescita. In questi giorni ho partecipato sul Comune ad una riunione per la proccessione. Stessa litania: Si ? Non si fa? C’erano tutti i “Ragazzi dei Misteri” . Antonio ‘a palla, ‘u muzzarellaro, Brecciano, Vito Barile. O Dio! Chiamarli ragazzi è un’assurdità: ormai sono tutti uomni fatti! Eppure nei loro sguardi, nelle loro parole, nei loro gesti c’era la stessa passione di tanti anni fa, lo stesso entusiasmo, la steaa voglia di fare di sempre. Grazie “ragazzi”! Vi prego: ridatemi il mio Venerdì Santo! Il Venerdì Santo procidano non deve morire.

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