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La legge della giungla, uso e costume che attraversa la società procidana

Di Michele Romano

PROCIDA – Si può ben dire che viviamo in un tempo in cui Caino sbaraglia Abele, tanto da entrare in un labirinto buio e cieco di egoismi, illegalità, disprezzo delle regole, violenza gratuita, soprattutto nei riguardi dei più deboli, indifesi, ultimi.

I tragici eventi di Barcellona (pestaggio mortale di Niccolò Ciatti e la strage della Rambla) evidenziano che stiamo in piena burrasca cainina: Come uscirne? Bisognerebbe trovare il filo di Arianna che conduce alla ricostruzione, nella nostra coscienza, del noi abelico, mettendo in movimento i valori del mutuo soccorso, dell’educazione civica, dello slancio vitale verso l’altro. Purtroppo, anche nella quotidianità del borgo natio, attraverso gesti simbolici, si vivono momenti di degrado. L’emblema, non gratificante, è un contenitore di bottiglie presso la zona attigua al Santuario di S. Giuseppe, dove è la disdicevole e guappesca tendenza di concepire il mio è mio, il tuo è anche mio, specialmente se bisogna allocare materiale rumoroso, mezzi di trasporto e schifezze varie. Ecco la legge della giungla, uso e costume che attraversa la società procidana da lungo tempo. Cara Chiesa siamo davanti ad un contesto di persone che esce ogni domenica dai riti liturgici, evidentemente recepiscono un messaggio evangelico capovolto. Cara Politica, inseguendo il terreno infido di costruzione del consenso sul soddisfare i tornaconti individuali a scapito della legalità e delle regole, li abbiamo resi lupi affamati pronti a sgozzare.

Pertanto se non avviene una miracolosa rivoluzione copernicana del cuore e della mente anche il futuro della “polis micaelica”, come quello planetario, rimane oscuro e ignoto dietro la linea indefinita dell’orizzonte marino.

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