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La politica procidana posizionata tra il 22 e il 23

don liberinodi Michele Romano

Negli anni lontani della mia infanzia, per un lungo periodo estivo, fu ospite della mia famiglia padre Iacone, professore di filosofia nonché fraterno amico di mio zio Don Libero. Ebbene, il ricordo di quel tempo si è incardinato, dentro uno spazio fotografico, sul colloquio tenuto a tavola la sera precedente alla partenza del sacerdote, quando lo zio gli chiese: Cosa pendi dell’isola di Procida? La risposta di padre Iacone fu soffusa di delicatezza ma, allo stesso tempo, chiara e netta: “Caro Libero siete baciati da una terra stupenda ed amena ma ho avuto la percezione che vi troviate incuneati in un labirinto esistenziale che conduce il proprio vissuto ad oscillare tra il 22 e il 23” (che tradotto in termine medico potrebbe tranquillamente essere: disturbo dell’umore e dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività).

Questo monito, dopo oltre cinquant’anni, alla vigilia delle elezioni comunali, è balzato dentro di me con tutta la sua virulenza, osservando come si muovono e si agitano tutti i protagonisti e attori della vicenda politica amministrativa. Così si assiste ad atteggiamenti completamente privi di pudore, principalmente da parte di coloro i quali, assetati nel mantenere o aumentare il proprio status (oramai sono personaggi degni dei capolavori di Giovanni Verga) diventano immemori del proprio lungo agire amministrativo. Poi ci si imbatte in altre modalità di essere, caratterizzate da un perpetuo correre per se stessi e per la propria tribù, in cui non si intravede una linea di riga programmatica che faccia scorgere il desiderio e la speranza di tracciare un sentiero che apra la strada a favorire il bene comune. In altri termini non la lotta e il fuoco eracliteo per le idee da tradurre nel fare in modo che i servizi socio-sanitari e i trasporti, la protezione e sicurezza ambientale, la vivibilità nel suo complesso, tutti argomenti che sono propedeutici a qualsiasi grande progetto inerente Terra Murata, l’utilizzo dell’ex struttura carceraria, a Vivara, etc., escano dal pericoloso languore, per non dire ben altro, in cui sono caduti, tanto da trasformarci da isolani ad indifesi isolati. Al contrario si assiste ad una folle, nichilista ed agitata gara individuale, tranne lo slancio vitale di alcuni giovani al primo approccio con l’impegno politico, tale da rendere la “polis micaelica”, simile al paese di Bengodi, dove tutto è avvolto nell’evanescenza e nella inconsistenza e l’unica cosa che splende è rappresentata dalla meschinità degli interessi in giro sulla pelle della collettività.

Nel ritenermi, nella stagione della vita, come afferma il maestro filosofo Aldo Masullo, in cui cessano gli elementi di delusione e d’illusione, mi affido da una parte, all’Arcangelo perché ci liberi dalla perniciosa patologia di cui parlava padre Iacone, dall’altra ai giovani di prima, di costruire il treno che porta i bagagli della politica intesa come servizio e valore aggiunto e non come un mestiere da cui trarne i massimi profitti.

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Un commento

  1. Non sono medico specialista, e non conosco questa posizione patologica
    che pone l’essere umano disorientato psicologicamente tra il 22° e il 23° posto in classifica,
    però nella cabala il 22 rappresenta ” lo scemo ” e il 23 ” il pazzo ” forse non a caso !

    Questa coincidenza fa impensierire quelli che come me riflettono
    sulle parole che, a volte sembrano definire con pochi accenti
    situazioni anche scabrose !

    Dividere nettamente la ” politica ” dal servizio sociale attivo,
    è utile a conoscere e servire meglio le esigenze della comune popolazione,
    sia di grandi centri come di piccoli territori .

    Certo ai politici non interessano i risultati delle proprie scelte ma solo
    le rispettive posizioni di potere raggiunto, che mirano
    alla lunga, a determinati privilegi raggiunti con mezzi non sempre leciti !

    Sarebbe utopia ritornare a servire chi ti ha concesso tanto e tale immeritato potere !

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