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La raccolte delle ulive a Vivara

Di Annarosaria Meglio

Vivara è un isolotto pieno di verde, di fiori e di uliveti, legato all’ isola di Procida da un ponte transitabile da percorrere a piedi. Il ponte fu costruito alla fine degli anni ‘50 per sorreggere l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua a Ischia, attraversando tutta l’isola di Procida e Vivara.  A quell’epoca, nel mese di settembre, alcune ragazze  procidane, all’alba, si incamminavano per andare a Vivara per la raccolta delle ulive. Ci andavo anch’io. Le mie amiche venivano da ogni contrada di Procida e noi dalla Chiaiolella eravamo le più piccole, intorno ai quindici sedici anni. Con noi c’era  Catarina(U sgatt’ una donna forte e piena di allegria che faceva da mamma a tutte noi. Mentre ci arrampicavamo per le scale per raggiungere la parte alta dell’isolotto, parlottavamo cosi tanto tra noi da non sentire più la fatica della salita. Giunte alla fontanella, poco prima della casa colonica, andavamo tutte a bere, felici perché il tragitto era stato percorso. Ci rincuoravamo infatti dicendoci:” Tra poco, finalmente, siamo arrivate”!  Ad attenderci c’erano i coloni Antonio e Peppino Ambrosino, due bravi fratelli che noi chiamavamo col soprannome “U parzunalo”, i quali senza battere ciglio ci spronavano a non perdere tempo: “Forza, muovetevi che si è fatto tardi”.  E noi tutte in coro, divertite:” Peppi, buongiorno!”. Andavamo leste leste, a indossare gli indumenti da lavoro, a prendere le ceste e i canestri e, cantando, ci dirigevamo sotto gli uliveti per la raccolta. Quell’aria fresca settembrina, quei profumi di fiori e lo scenario del mare circostante, senza rumori, senza frastuoni, rendevano l’atmosfera che ci avvolgeva irreale: solo il canto degli uccelli  che volavano liberi e felici e ogni tanto una voce che veniva dal mare: era qualche pescatore con la barchetta che ci lanciava il suo saluto, al quale rispondevamo allegre agitando i cappelli che avevamo messo in testa per ripararci dal sole.  Alacremente si procedeva alla raccolta e qualche ragazza  diceva a voce alta: “Il cesto è pieno, chi va a  scaricare?”. A turno qualcuna di noi andava. Tra noi c’era sempre la più furba che cercava di mettersi nella linea di terra dove c’erano le ulive più grosse , quelle che chiamavamo “ulive di pane”,  per riempire  il cesto con poca fatica e in minor tempo. Ogni  tanto la voce di Catarina: “ Ragazze, sbrigatevi che tra poco è mezzogiorno!”.  Andavamo a raccogliere le ulive per cinquecento lire alla settimana, a quell’ epoca per noi era una manna, e quando arrivava il sabato, giorno del salario, eravamo tutte contente. Con quelle cinquecento lire cominciai  a comprarmi qualche pezzo di corredo, che poi avrei abbellito col ricamo quando sarebbe finita la raccolta  delle ulive,  andando a scuola dalle maestre Teresa Barone  e  Giuseppina Ferrara che, oltre al ricamo ,mi insegnavano anche il cucito.  Che bei tempi quelli! Ci volevamo un gran bene, sinceramente, e ci sentivamo tutte allo stesso gradino e bastava poco per renderci felici. I rintocchi della campana della chiesa di San Giuseppe, portati dal vento sul nostro isolotto, ci annunciavano che era mezzo giorno e dovevamo salire tutte in cucina della casa colonica per il pranzo. Circondavamo festose Peppino chiedendogli; “Peppi”, che hai cucinato di buono per noi, oggi?” e Peppino, col sorriso negli occhi, orgoglioso del pranzo preparato :”Sedetevi…..”e mentre noi ci sistemavamo su quegli scanni di legno sgangherati, “Ragazze, è stocco e patate”. E noi: “Buono… guardando con l’acquolina in bocca la grossa pentola sopra al focolare annerita dal fumo. Come ospiti fissi sotto il tavolo c’erano cani e gatti che, al mattino, vedendoci arrivare, ci venivano incontro facendoci festa. Mangiavamo quelle code di stocco e patate come una pietanza da Re. Allora c’era ancora tanta povertà,  non era ancora arrivato il benessere e stavamo meglio di adesso. A volte oggi si parla di progresso , ma molto spesso può essere anche regresso.  Alcune volte, mentre lavoravamo, vedevamo apparire dei turisti che con macchine fotografiche immortalavano quell’atmosfera di paradiso che Vivara offriva a tutti. Poi si avvicinavano a noi per scambiare qualche battuta e far così amicizia. Peppino da buon padrone di casa, offriva loro sempre qualche frutta con un goccetto di vino genuino dell’isola. Prima di andare via ci facevano mettere in posa per la foto ricordo e noi contente, ci lasciavamo fotografare, chiedendo poi al turista di mandarci quella foto dopo averla sviluppata. Catarina si metteva in posa al centro del gruppo, con la cesta delle ulive più belle per mostrarle al mondo, poi subito diceva:” Muvitev  figghiò ch’u sole è puost” (Sbrigatevi, ragazze, perché il sole è al tramonto!). Vivara, isolotto bellissimo e raro che tanti ci invidiano, quanti momenti felici e indimenticabili!! ! Proprio in quegli anni in cui facevamo la raccolta delle ulive, le maestre di ricamo e cucito  Teresa e Giuseppina, insieme alle mamme Montevergine Ferrara e Archina Lubrano L. ci portarono a fare la “Pasquetta”, il cosiddetto “pascone” ,proprio a Vivara. Ricordo mentre noi correvamo felici e spensierate Archina strada facendo raccoglieva l’erba per i conigli. Momenti felici ,il cui ricordo è per me molto dolce.

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4 commenti

  1. Anna Rosaria quanta nostalgica poesia in questi vivaci ricordi, di adolescente di semplici e solide anche se umili origini . Da queste avventure isolane possiamo cogliere tutto l’amore ed il sapore d’un tempo passato e gelosanente conservato !

  2. Magnifico racconto…..
    da far venire lacrime di nostalgia agli occhi….
    Povera giovinezza moderna che non sa cosa ha perso…..

  3. ANNA ROSARIA MEGLIO

    Carissima Signora Piera è un mio bellissimo ricordo giovanile , che porto nel cuore gelosamente. La ringrazio per i suoi apprezzamenti con stima.

  4. ANNA ROSARIA MEGLIO

    Gentile signore Lino Schiano Sono contenta che le è piaciuto il mio racconto, le lacrime vengono su” anche a me per l” emozioni che provavo allora. TANTE GRAZIE.

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