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La stagione del risentimento

Di Michele Romano

PROCIDA – Quando la storia dentro il pacato silenzio della memoria analizzerà il secolo XXI, temiamo, con le procedure a cui si assiste, che venga etichettato come “epoca del risentimento”. Cioè di un duro atteggiamento di aspra animosità, di un agire respingente, discriminatorio che noi percepiamo, anche nel vissuto quotidiano della comunità in cui viviamo, “la polis micaelica”. Partendo dalle istituzioni, ai luoghi di lavoro, con una virulenza rissosa, tanto amplificata che, per esempio, nel campo socio-sanitario, avviene che si calpesti, con scherno, il giuramento di Ippocrate. E continuando, dentro i nuclei familiari, le agenzie educative (dalla scuola, associazioni, punti d’incontro fino a lambire gli ambiti ecclesiali) al punto che la figura dell’Arcangelo è coperta da quella del “demone del rancore”.

D’altra parte tale stato d’animo è talmente dirompente che ha prodotto un terremoto politico planetario, il cui magma emerso si raffigura, plasticamente, con il nuovo ceto di governanti, presentatosi come i campioni dello sconvolgimento antropologico e psicologico di una “folla” innumerevole di individui stanchi di una realtà esistente, ancora piena di ingiustizie e violente sopraffazioni che li ha spinti verso il buio della paura, dell’angoscia, dello smarrimento totale e incanalati nella tristezza, nella ostilità verso l’altro, lo straniero descritto da Camus, la diversità. Codesta dimensione sentimentale, purtroppo, ci sta facendo uscire dalla essenza di essere “popolo” inteso come comunità, tesa a realizzare unità, autonomia critica nel costruire lo “stare insieme” per entrare in quella di “plebe” che Eraclito definisce “μυροι”, cioè moltitudine innumerevole in cui gli elementi istintuali, belluini, irosi hanno preso il sopravvento. Così ciascuno si trasforma nel lupo travestito da nonna di Cappuccetto Rosso. Certamente non è un buon segno. Senza andare nella notte dei tempi è sufficiente soffermarsi alla storia recente del secolo scorso. Nei momenti topici in cui l’essenza plebea è prevalsa nel cuore e nella mente umana il ‘900 ha subito due conflitti mondiali con il terribile marchio macabro perenne dell’Olocausto ebraico. Speriamo che la figura del risentito duri lo spazio di un mattino perché il XXI secolo rischia di passare nel silenzio urlato della storia con mostruosità ulteriori, fuori dalla attuale immaginazione.

Postilla finale: e qui nelle dolenti note della realtà socio-politica italiana, guardiamo quelle della “sinistra” che con le aspre, rancorose, odiose, avvilenti diatribe interne ha contribuito a spalancare il solco del risentimento, smarrendo il respiro cosmico del sole dell’avvenire governato dall’amore. Da seguaci della speranza invitiamo a rispolverare il percorso pedagogico del maestro Manzi con il suo noto programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, aggiungiamo per rinsavire e risorgere, onde evitare, come proficuamente osserva la raffinata giornalista Denise Pardo, che a forza di odiarsi si rimbambisce con tutte le nefaste conseguenze del caso.

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