Referendum NO
Referendum NO

Le ragioni del NO. 1/ Quel brutto pasticcio sul nuovo Senato. Che tanto piace agli oligarchi

di Nicola Silenti da Destra.it

Il mio “NO” al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre deriva da una consapevolezza raggiunta dopo un lungo e approfondito studio su una materia quanto mai ostica e farraginosa, compiuto con il raffronto tra il testo in vigore e quello prodotto dall’attuale maggioranza che verrà sottoposto tra meno di due mesi al vaglio delle urne. Una maggioranza, quella renziana, composta prima grazie a una quanto mai discutibile legge elettorale maggioritaria e quindi in pieno spregio di ogni crisma proporzionale, e poi assemblata con una serie recondita di accordi sottobanco creati per sostenere un governo che è piena espressione di accordi di palazzo, invece che del sacrosanto voto degli elettori. Una considerazione preliminare, questa, che va anteposta a ogni altra premessa, dal momento che stiamo parlando di una riforma costituzionale partorita da una minoranza tutt’altro che legittimata da un voto popolare e non da un’assemblea costituente eletta a tale scopo.

La Costituzione del 1948 non è la migliore delle carte possibili o addirittura quella perfetta. Al contrario si può e si deve migliorare specialmente nella catena di comando della macchina amministrativa e in particolare in materia di poteri e prerogative del governo e nella celerità delle relative procedure ancora avviluppate in un dedalo di formalismi e freni burocratici senza senso: difatti, avesse davvero un briciolo di fondamento l’accusa rivolta alla riforma renziana di una presunta “deriva autoritaria”, sarebbero molti i sostenitori e non potrebbe essere altrimenti per chi si riconosce nell’orizzonte ideale di una repubblica presidenziale, più in linea con il patrimonio identitario della destra storica.

Invece di una svolta all’insegna della chiarezza, nel nome della tanto sbandierata governabilità del nuovo assetto istituzionale del Paese, a un esame attento del testo di riforma è quanto mai forte l’impressione di essere di fronte a un ammasso confusionario di competenze, ruoli e poteri, in un folle tourbillon di specifiche e dettami ammissibili soltanto nell’ottica di una continua, ma sconclusionata ricerca di un compromesso tra gli estensori delle norme.

D’altronde, quale altra considerazione si può trarre dalla lettura del nuovo articolo 70, che passerebbe dalle 9 parole della Costituzione vigente (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”) alle 432 parole vergate in un italiano a dir poco astruso nel nuovo testo? Quale costituente potrebbe mai concepire uno scritto così sibillino, in totale spregio della chiarezza che si deve a un popolo chiamato a rispettare e difendere la carta fondamentale della nazione? Una mostruosità, questa, concepita per giustificare la presunta abolizione del senato, abolito soltanto nei proclami dei propugnatori del Sì e in realtà pienamente vivo e vegeto nel nuovo testo costituzionale, pur se modificato nelle competenze e ridotto nel numero dei componenti.

Un Senato accessibile non più a 315 membri eletti dal popolo (come è stato negli ultimi 68 anni) ma a 100 tra sindaci e consiglieri regionali nominati dai rispettivi consigli, quasi a suggello di una nuova èlite oligarchica cooptata per vie traverse nel cuore del potere del Paese bypassando il vaglio diretto delle urne.

Comunque la si pensi, il voto di ogni italiano al prossimo referendum andrà valutato e pesato come si conviene quando ci si trova davanti a una decisione foriera di conseguenze. Il prossimo 4 dicembre, infatti, non si tratterà di decidere della sorte del governo e del destino politico di Matteo Renzi, un destino che è ben poca cosa davanti al futuro del nostro paese e dei nostri figli, cittadini di un paese che vogliamo continui a essere democratico.

 

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