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Le ragioni del NO. Una questione di idee e di numeri

di Nicola Silenti da Destra.it

Il “NO” al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre è dettato dal buonsenso che scaturisce dall’analisi dei numeri che dicono in modo inequivocabile che a determinare l’esito della prossima consultazione referendaria, al netto dell’ormai abituale 48 per cento di astenuti e di un buon 25 per cento circa di indecisi, saranno tra i 13 e i 14 milioni di italiani appena sugli oltre 50 milioni di connazionali chiamati al voto, tra cittadini italiani residenti nello Stivale e i circa 4 milioni che votano per corrispondenza all’estero.

Numeri a dir poco sconfortanti che consegnano la certezza che a decretare la vittoria del sì o del no non saranno in maggioranza coloro che seguiranno un proprio libero convincimento, ma i tanti che voteranno seguendo come sempre le indicazioni del proprio partito e del proprio leader politico. Un fronte del “partito preso” immune a qualsiasi argomentazione o dialettica del confronto, che decide a prescindere e contro il quale è vana anche la più evidente delle verità, come sa bene l’attivissimo fronte del sì renziano che in questi giorni cerca di spostare sui media la questione referendaria dal merito alla pancia degli elettori. Una questione mica da poco, dal momento che il referendum costituzionale non richiede il raggiungimento di un quorum.

Presentato sulla scheda elettorale in una veste quantomeno fuorviante, con cui si chiede all’elettore se intende approvare le «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni e la soppressione del Cnel», da subito il quesito referendario ha visto il fronte dei contrari compattarsi contro quello che in tanti hanno definito un inganno se non addirittura un vero e proprio imbroglio. E in effetti, messa in questi termini, la questione non meriterebbe un attimo di esitazione ma anzi invoglierebbe chiunque a dichiararsi favorevole a tale riforma.

In realtà la questione è molto più complessa di quanto formulato sulla scheda elettorale, dal momento che in discussione è molto di più della riduzione del numero dei senatori o dell’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, argomenti in ogni caso tutt’altro che irrilevanti. La riforma infatti su 139 articoli ,a partire dal 48 ,ne modifica 43 ritoccando l’articolo 12 della legge costituzionale numero 1 dell’11 marzo 1953,l’articolo 5 della legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989 e l’articolo 3 della legge costituzionale numero 2 del 22 novembre 1967.

Scorrendo nel dettaglio gli articoli interessati dalla riforma, è facile individuare nella nuova versione della carta fondamentale due grandi gruppi omogenei, di cui uno comprendente gli articoli interessati da lievi modifiche del testo, e un secondo che include gli articoli modificati nel profondo dalla riforma, senza tralasciare una ulteriore e folta serie di articoli che passerebbero indenni nella nuova costituzione (come ad esempio i numeri dal 49 al 54 del Titolo IV sui Rapporti politici e i numeri dal 100 al 113 su organi ausiliari, magistratura e giurisdizione).

Al primo gruppo, quello interessato da modifiche leggere, ma niente affatto marginali, appartengono articoli come il numero 48, il 60, il 69, il 75, il 96 (dove per lo più si menziona in via esclusiva la Camera dei deputati invece di fare riferimento a entrambe le assemblee legislative, come invece accade nella carta attuale dall’impianto bicamerale).

Appartengono invece al secondo gruppo, ossia quello costituito dagli articoli modificati nello spirito e nella sostanza rispetto alla carta vigente, un esteso numero di articoli, che rappresentano in concreto il vero cuore della riforma e che trovano un saggio dell’azione riformista renziana nel nuovo articolo 70, con cui si passa dalle 9 parole della Costituzione vigente alle 432 del nuovo testo.

Risiede qui la vera materia del contendere. Articoli come il numero 55 (su compiti e funzioni delle Camere), il 57 (che rivoluziona compiti e composizione del nuovo Senato, eletto non più direttamente dai cittadini ma dalle Regioni), il 71 (sull’iniziativa delle leggi), il 72, il 73 (sulla promulgazione delle leggi), il 77 e altri ancora che concorrono a delineare il nuovo impianto istituzionale del Paese, introducendo pericolosi nodi insoluti di cui si fatica a individuare una futura soluzione. Una riforma che, invece di semplificare lo Stato, lo complica compromettendo la chiarezza e l’accessibilità dei cittadini a un testo che ha sempre brillato per la sua linearità e semplicità di interpretazione.

Con la riforma Boschi – Renzi si cancella il sistema bicamerale paritario che ha regolato la funzione legislativa in Italia dal ’48, senza abolire il Senato, ma trasformandone le prerogative in un coacervo di distinguo, particolarità ed eccezioni rispetto ai compiti della Camera dei deputati, con un sicuro diluvio di procedimenti e ricorsi in tema di conflitti di competenze istituzionali. A eleggere i cento componenti del nuovo Senato non saranno più direttamente i cittadini ma i consigli regionali e le province autonome, in una rinnovata ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni di cui si fatica a individuare con certezza chi si debba occupare di preciso di che cosa. Faranno parte del nuovo senato 21 sindaci e 74 consiglieri regionali ai quali sarà concesso il privilegio dell’immunità parlamentare e un imprecisato rimborso economico. In più, con la riforma vengono modificate procedure delicatissime come l’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale, l’iter delle leggi di iniziativa popolare e gli istituti referendari, mentre non vengono potenziate in alcun modo le prerogative del governo, se non per il nuovo strumento del voto “a data certa”, che il governo potrà richiedere su disegni di legge di particolare importanza con il limite stabilito per l’approvazione di 70 giorni.

Con tutta evidenza, quello che appare all’orizzonte dell’Italia è un futuro di caos “costituzionalizzato”.

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