Pirateria marittima: il fenomeno favorisce crescita ‘economia della sicurezza’

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di Ferdinando Pelliccia “http://www.liberoreporter.it”

Le compagnie marittime di navigazione, proprietarie dei mercantili che navigano nei mari del mondo, non si sentono più tutelate e ritengono che il ricorso alle guardie private sia il modo migliore per combattere il fenomeno della pirateria marittima.

L’industria della sicurezza raggruppa centinaia di migliaia di società e di individui il cui obiettivo è vendere protezione contro azioni malevole che attentano alla vita delle persone, alla proprietà e ad altri beni. Chiarito il concetto veniamo al fatto. La nascente industria della sicurezza marittima privata non è regolamentata da norme e questo crea non poche perplessità. Le scorte armate ai mercantili sono sempre di più presentate come la più sicura difesa contro la pirateria marittima. Nessuno però, sembra prendere in considerazione la possibilità che con il ricorso ad essa ne derivino dei svantaggi. Il business che questa nuova attività fa prospettare sta comportando la nascita di numerose imprese tutte protese ad occupare un posto in un mercato che vede la domanda sempre più crescente. Si tratta della cosiddetta ‘economia della sicurezza’. Oggi di chi offre guardie armate in mare nella maggior parte dei casi non si conosce realmente quali siano le loro procedure per ‘arruolare’ personale e quali siano le loro procedure operative standard. Non è nemmeno chiaro quali siano le loro responsabilità in caso di lesioni o morte di innocenti. Addirittura in alcuni Paesi, i governi e le società della sicurezza marittima privata sono concorrenti. Questo per esempio è il caso dell’Italia. Inoltre, esiste anche un problema giuridico legato alla presenza di uomini armati a bordo di mercantili. Alcuni Paesi non permettono a navi con armi a bordo di entrare nelle loro acque territoriali e tantomeno di attraccare nei loro porti. Questo è il caso ad esempio dell’Eritrea e del Sudafrica. In questi due Paesi le scorte armate a bordo delle navi commerciali sono state addirittura arrestate, detenute e giudicate per introduzione illegale di armi in quel Paese. Ora si sta lavorando per eliminare questo inconveniente. Comunque sia quello che è chiaro è che gli armatori si mostrano, visti i risultati insoddisfacenti delle misure anti pirateria governative finora adottate, disposti a sostenere qualsiasi costo per difendere i ‘loro’ interessi. Gli armatori infatti, già a causa del fenomeno della pirateria marittima al largo del Corno D’Africa, stanno pagando milioni di dollari l’anno agli assicuratori. Società che fanno tutte capo ai Lloyds di Londra. Si tratta di soldi versati per i premi assicurativi pagati per tutelare le loro società dal rischio di attacco da parte dei pirati. Alla fine però, questi premi assicurativi pagati sono comunque molto superiori alle cifre versate dalle compagnie assicurative come indennizzo per il sequestro di una nave. Quindi un affare vantaggioso soprattutto per gli assicuratori. Ovviamente il vantaggio c’è anche per gli armatori che se volessero evitare di fare brutti incontri dovrebbero cambiare rotta allungando i tempi del viaggio. Un cambio che costerebbe tra i 185mila e i 300mila dollari a viaggio a fronte di costi assicurativi supplementari, per ogni viaggio nel ‘mare dei pirati’ invece, di appena 30mila massimo 60mila dollari. Per gli armatori quindi pagare anche una sicurezza privata a bordo delle loro navi non è quindi un problema specie se questo comporta maggiori certezze del buon fine del viaggio. Si registra infatti, quanto negli ultimi mesi il settore dei trasporti marittimi mondiale stia riconsiderando la sua contrarietà ad imbarcare guardie di sicurezza private armate a bordo di navi commerciali. Un passo indietro dettato dal fatto che da un po’ di tempo, dopo che la minaccia dei pirati somali si è diffusa ormai anche in tutto l’Oceano Indiano, a parte il fatto che le somme richieste come riscatto sono in aumento, i tempi di prigionia, per i marittimi presi in ostaggio, si sono allunganti di molto e questo comporta un conseguente prolungarsi del fermo della nave e quindi un mancato guadagno a fronte di un aumento delle spese. Infatti, il costo di un sequestro non è computabile sono con la somma pagata per il riscatto, ma ad essa bisogna aggiungere anche le ‘spese accessorie’ che possono anche essere di 3-4 volte superiore al riscatto pagato. Le compagnie marittime di navigazione, proprietarie dei mercantili che navigano nei mari del mondo, non si sentono più tutelate e ritengono che il ricorso alle guardie private sia il modo migliore per combattere il fenomeno della pirateria marittima. Un’idea resa più forte anche dalla certezza che finora nessuna nave con guardie armati a bordo sia stata ancora catturata. Al primo posto tra i Paesi che promuovono il ricorso ai vigilantes del mare sono gli Emirati Arabi Uniti, UAE, una cui nave è stata sequestrata pochi giorni fa. Nel Paese arabo l’associazione di categoria, la ‘Emirati Arabi Uniti Shipping Association’, UAESA, sostiene fortemente il ricorso alle guardie di sicurezza privata a bordo di navi commerciali. A spingere verso questa soluzione il fatto che nei primi sei mesi del 2011 i predoni del mare somali hanno sequestrato almeno 21 navi e preso in ostaggio almeno 400 marittimi, membri degli equipaggi delle navi catturate. Comunque sia i pirati somali stanno adottando nuove strategie per poter affrontare adeguatamente le navi dei Paesi che hanno deciso di ricorrere ai vigilantes armati a bordo dei loro mercantili. Ovviamente non mancheranno anche le ritorsioni nei confronti di marittimi di questi Paesi che verranno catturati. Impensabile poi, cosa potrebbero fare se uno o più vigilantes dovesse cadere nelle loro mani. Quello del ricorso alle guardie armate a bordo dei mercantili è una decisione difesa a spada tratta da quasi tutti gli armatori e anche da numerosi governi. Una decisione su cui hanno pesato recenti avvenimenti legati ad una escalation di violenza da parte dei pirati somali che in alcuni casi ha condotto anche alla morte di ostaggi. Fino ad oggi, i pirati hanno utilizzato i marittimi, presi in ostaggio, come mezzo di contrattazione e scambio per ottenere, in cambio del loro rilascio, un riscatto milionario. Durante la prigionia si sono preoccupati soprattutto di tenerli tutti in salute e in vita. Da un po’ di tempo però, gli ostaggi hanno assunto, nell’insieme, molta meno importanza per la gang del mare che li cattura. Sembra anzi, che abbiano attuato un sorta di selezione. A dire il vero una selezione era già in vigore per quanto riguarda la nazionalità. I marittimi europei valevano molto di più di quelli dei Paesi in via di sviluppo e per questo trattati meglio. Ora invece, la selezione viene fatta sempre in base al Paese di provenienza, ma distinguendo quelli impegnati nel contrasto alla pirateria e quelli non impegnati. In poche parole i predoni del mare si rifanno sui lavoratori del mare che catturano per ‘punire’ l’impegno dei loro governi nella lotta alla pirateria. Ne sanno qualcosa i marittimi indiani, sud coreani, statunitensi e francesi. Su tutto però, primeggia sempre il concetto che i prigionieri sono per moderni filibustieri solo degli ostaggi, merce di scambio e come tale vengono trattati. In alcuni casi arrivano a servirsene anche come scudi umani per proteggersi da eventuali blitz militari.

Ferdinando Pelliccia

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