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Pirati somali: esiste uno scollamento tra contrasto e repressione


di Ferdinando Pelliccialiberoreporter.eu

Il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia è in costante crescita interessando un’area di 5,5 milioni di miglia nautiche quadrate. Un’intera area del mare del Corno D’Africa è quindi ormai caduta sotto la minaccia armata dei pirati somali. Pirati che sembrano spadroneggiare indisturbati in queste acque visti i risultati da loro raggiunti. Tutto ciò ne ha fatto una vera e propria minaccia alla navigazione tra Europa e Asia. Un rotta per dove passa la metà dei traffici commerciali, a mezzo di container, e il 80 per cento del traffico di petrolio mondiali.

Una dimostrazione che i pirati somali sono sempre di più i padroni del mare al largo della Somalia è data dal fatto che continuano indisturbati nella loro attività criminale in lungo e in largo anche nell’Oceano indiano. Questo a fronte di uno sforzo, quello della comunità internazionale, dal costo di diversi milioni di dollari all’anno. In quelle acque operano infatti, navi da guerra delle missioni navali antipirateria internazionali. Ogni Paese che partecipa con proprie unità navali da guerra nel contrasto ai pirati somali è impegnano in costose spese.
Infatti, per mantenere le missioni navali internazionali di pattugliamento anti pirateria nel mare del Corno d’Africa occorrono almeno tra i 2 e i 3 miliardi di dollari l’anno. La sola missione anti pirateria Ue ‘Atalanta’ costa circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720 mln l’anno. Una recente stima ha calcolato che il contrasto alla pirateria al largo della Somalia comporti per la comunità internazionale costi totali per oltre 8 miliardi di dollari l’anno. Una somma che si stima potrebbe raggiungere i 13-15 miliardi di dollari entro il 2015. Il costo del contrasto, che è di decine di miliardi di dollari, include i riscatti, le indennità di assicurazione, il costo delle operazioni navali militari, i procedimenti giudiziari e i maggiori costi derivanti dalla necessità di trovare nuove rotte per le navi per evitare le zone a rischio, il re-routing. Quest’ultimo, nel 2010, ha
avuto un costo di circa 3 miliardi di dollari.

Anche se negli ultimi tre anni, la presenza di  queste navi da guerra ha reso la vita difficile ai pirati somali. Questa presenza ha però, solo ridotto l’ attività pirata. Infatti, con i loro pattugliamenti le unità navali da guerra internazionali hanno in molte occasioni ‘scoraggiato’ i predoni del mare nel portare a termine i loro intenti criminali. A volte i banditi del mare sono stati anche catturati. Risulta infatti, che i militari delle forze navali internazionali abbiano catturato, dal mese di agosto 2008 e fino a maggio 2010,  almeno 1.090 presunti pirati, ma che solo 480 siano ora detenuti o siano stati trasferiti per il procedimento penale. Mentre risulta anche che siano stati invece, uccisi almeno 64 pirati e altri 24 siano rimasti feriti. Come risulta anche che il vuoto nei ranghi subito è stato sopperito da altri somali disposti a prendere il posto di quelli catturati o uccisi. Una spiegazione la si trova nel fatto che è la povertà della Somalia e la mancanza di qualsiasi economia di lavoro a spingere la gente a fare il pirata.  Un’altra verità è che chi si dedica alla pirateria marittima non ha paura di essere fatto prigioniero. Primo perché sa bene che non
tutti i Paesi sono disposti a processarli e tantomeno a detenerli.  Da ciò si evince che esiste una grave situazione di scollamento tra contrasto e repressione. Il costo della prigionia dei pirati e della persecuzione dei reati nelle corti internazionali è costato, nel solo 2010, almeno 31 milioni di dollari. Un fatto questo che induce molti Paesi a ritenere più conveniente rilasciare i pirati catturati che trattenerli e giudicarli. Ed è proprio il problema di poter processare e detenere i pirati somali, catturati e condannati, ad essere uno dei maggiori afflizioni della comunità
internazionale. Purtroppo non tutti i Paesi sono disposti a processare, e se condannati, ad ‘ospitare’ nelle loro carceri i pirati somali accollandosi
i relativi costi. Processare i pirati catturati è di pertinenza del Paese dell’imbarcazione attaccata o della nave da guerra intervenuta per sventare
l’assalto. Però, possono processare i pirati anche Paesi che abbiano altri legami con il caso, ad esempio la nazionalità di membri dell’equipaggio
attaccato. Quasi sempre questi Paesi si rifiutano di processare i pirati o fanno sapere di non poterlo fare nei tempi richiesti.

Comunque sia sono tante le ragioni per cui le flotte navali internazionali antipirateria somala non avranno mai modo di poter spazzare via la pirateria altrettanti sono quelle per le quali non saranno mai ritirate.

Sono oltre 500 i marittimi, tutti stranieri e di diverse nazionalità quelli che sono ancora trattenuti in ostaggi dai pirati in Somalia.
Mentre sono almeno 30 le navi catturate e trattenute. Tra queste, due sono italiane. Si tratta della petroliera ‘Savina Caylin’ e della motonave ‘Rosalia D’Amato’. La prima catturata l’8 febbraio scorso e la seconda il 21 aprile successivo. In mano ai pirati somali, trattenuti in ostaggio, oltre alle due barche italiane, anche 11 marittimi italiani, 5 sulla petroliera e 6 sulla motonave.

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