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Procida durante la crisi : a chi serve l’antipolitica?

Riceviamo e pubblichiamo queste riflessioni di Sebastiano Cultrera

So bene che il mondo , oggi, è sempre più piccolo.

Quindi non mi illudo che nella nostra isola possiamo pensare di agire in maniera indipendente da ciò che accade nella politica (e nell’antipolitica) nazionale.

In verità l’antipolitica, nella nostra isola, è più uno spettro che una realtà, e quel sentimento, comunque presente, credo si traduca , soprattutto, in un’accentuazione delle caratteristiche di apatia, disinteresse e mancata partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. L’antipolitica, quindi, si traduce in un ulteriore disimpegno, insomma.

Certo c’è qualche apprendista savonarola e qualche più o meno organizzato fenomeno, che, in forma post o anti politica, tenta di aizzare, in qualche circostanza, il malcontento. Allo stato sembrano fenomeni, nella sostanza, di portata marginale, seppure talvolta odiosi.

Sappiamo tutti cosa sta succedendo : L’America è riuscita , in parte, ad esportare la propria crisi del debito al di fuori dei propri confini e la Vecchia Europa si è presentata a questa scadenza epocale con rughe troppo profonde per riuscire ad affrontare un indispensabile cambiamento: economico, sociale, finanziario.

L’Italia (per via dell’elevato debito e di una incapacità a fare riforme) è uno dei vasi di coccio che ha corso e che corre il rischio di pagare il prezzo più alto dalla crisi.

A Procida si stanno abbattendo e si abbatteranno le conseguenze economiche di ciò, che si inseriscono in una società che, obiettivamente, stava già vivendo una fase calante: in uno scenario storico che vede la progressiva decadenza dell’isola a partire dal Novecento, con l’eccezione di una fase di “arricchimento ” ( e non di vera crescita socio economica) degli anni 60-80.

Temo che la crisi di questi tempi morderà definitivamente sulle residue speranze di restituire all’isola una funzione di produzione in loco della ricchezza. E ciò proprio nel momento storico in cui sarebbe indispensabile tornare a contare sulle proprie energie. Alcune scelte sbagliate degli anni passati sono naturalmente complici della crisi.

Cito solo un esempio recente per farmi capire: era proprio indispensabile cacciare, a furor di popolo, e con l’incapacità della classe dirigente ad essere tale, un importante insediamento produttivo come l’allevamento dei tonni, che perpetuava le tradizioni della imprenditoria e dell’identità isolana? A poco tempo di distanza dobbiamo riconoscere che è stata una grave occasione mancata dal punto di vista economico, che, tra l’altro, agganciava l’isola, in qualche maniera, a una economia mediterranea emergente: quella turca.

Ma di occasioni mancate, nell’arco di almeno 50 anni l’isola ne conta e sconta parecchie ( la portualità, la cantieristica, la valorizzazione interna delle professioni nautiche e marinaresche, il turismo). Così come sconta la vicinanza e la colonizzazione culturale da parte della vicina Napoli, città , oramai ( anzi da tempo) al di fuori di ogni prospettiva di rinascita.

E Procida , può rinascere? Ce la farà a superare questa crisi?

Il popolo procidano è del tutto diverso da quello napoletano: lo separano secoli di storia, cultura, economie diverse, pur se con frequenti punti di contatto, ma mai di colonizzazione, neanche nell’epoca Borbonica. E’ un popolo che ha visto di tutto : a terra e a mare. Di sicuro supererà anche questo periodo.

E’ possibile, tuttavia, che dalla crisi ne uscirà una Procida diversa: più povera, più vecchia ( i giovani sono altrove) , ancora più timorosa e conservatrice .

Il conservatorismo è talvolta un grande valore : ma purtroppo molti procidani tendono a conservare il peggio dei modelli di vita degli ultimi decenni ( abuso dei veicoli a motore, omologazione culturale e di costumi con una malintesa napoletanità, per esempio) dimenticando di conservare la sua vera identità ( derivante dai secoli d’oro di un’isola che è stata protagonista nel mondo).

La politica e l’antipolitica; che c’entrano con tutto ciò ?

La politica dovrebbe essere consapevole del momento storico che viviamo, delle necessità per uscirne. Dovrebbe perseguire un disegno ampio per approdare, nella maniera migliore possibile, alla Procida del dopo crisi. E con le carte in regola per giocarsi una partita completamente nuova.

Ricominciando da tre :

1) Recuperando l’orgoglio della vera identità di un popolo che, tramite il mare, è riuscito, utilizzando come base il proprio piccolo lembo di terra, a produrre ricchezze, sinergie, cultura, politica, ed ha esportato tutte queste cose nel resto dell’ITALIA (contribuendo a farla, vedi Scialoja) e del mondo.

2) Coinvolgendo in questo processo, adesso che le tecnologie lo consentono, anche tutti i PROCIDANI FUORI di PROCIDA, stabilmente o provvisoriamente fuori dell’isola per studio o per lavoro, per scelta o per necessità.

3) Riprendendo l’antica attitudine all’apertura di rapporti con genti e popoli di tutto il mondo. Aprendosi, quindi al mondo e a capitali e intelligenze internazionali ; per realizzare le proprie giuste ambizioni di riscatto economico, anche e soprattutto per la valorizzazione degli ultimi decisivi poli di sviluppo (Terra Murata, Vivara, Mare). Non è, infatti, pensabile che la residua classe imprenditoriale assistita, della vicina città assistenziale , possa fornire una qualche vera energia di crescita, al di fuori dei circuiti dei Soldi Pubblici: i quali, coi tempi che corrono, sono un miraggio o malamente destinati a operazioni oligarchiche e opache come l’America’s Cup.

C’è una classe dirigente disposta a muoversi con queste coordinate? La politica è in grado di appropriarsi di questi temi?

Una risposta positiva della politica comporta la necessità di guardare con responsabilità al momento presente, senza cadere nelle tentazioni di cavalcare il disagio e, quindi, di fare, paradossalmente, il verso all’antipolitica. Ovviamente la tentazione allo scontro fine a se stesso spesso è di tutti: legittima, ma sterile. Serve, invece, una volontà bipartisan, ispirata a principi alti e ad obiettivi a medio e lungo termine. L’attuale Consiglio Comunale ha tre anni davanti per dimostrare di essere in sintonia coi tempi che stiamo vivendo.

Se ci riuscisse sarebbe all’altezza del suo ruolo. e anche a Procida accadrebbe che , come dice Panebianco, “l’antipolitica riprecipiterà in quei bui e un po’ maleodoranti scantinati in cui normalmente si nasconde”.

SEBASTIANO CULTRERA

 

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