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Procida: La festa alla Cappella

cappelladi Giuseppe Ambrosino (Pauliello)

Stamattina, lasciando i campi rugiadosi di via Rivoli e immettendomi su via Solchiaro, dove il nascente Sole si annuncia dietro l’incombente sagoma dell’ospedale , uno scampanellìo familiare seguito da colpi di mortaio,  interrompe i miei pensieri di viandante mattiniero. E senza rimanerne sorpreso, ricordo che oggi 20 ottobre, penultima domenica del mese, è la festa alla “Cappella”.

La mancanza di sorpresa, da parte mia, è dovuta al fatto che tale ricorrenza, anche se non sia tra quelle più importanti dell’isola, fa parte della memoria ancestrale di chi, come me, in quel quartiere ci è nato e vissuto. Pertanto stamattina, l’annuncio festoso dell’antica campanella,  l’acre odore di zolfo degli “spari”, e l’immutato e penetrante profumo della natura autunnale  , mi riportano indietro nel tempo.  E nel ricordare le varie feste succedutesi negli anni, mi viene spontaneo   associare ad  ogni ricorrenza, qualche momento saliente della mia vita.

Prima di rappresentare tali momenti, però, voglio rivolgermi a chi non ha avuto la fortuna di nascere in questo  quartiere, e si domanda  che cosa sia la “Cappella”, dove si trovi e che cosa si festeggi.  E per esaudirlo attingo un po’ ai miei ricordi personali, un po’ a quanto mi hanno raccontato, e talora  a  qualche documento storico.

La “cappella” è quella chiesetta, che si trova in fondo alla discesa di via Solchiaro, sullo stesso lato e immediatamente prima dell’incrocio di via Rivoli. E’ una costruzione semplice, senza particolari pretese, il cui frontespizio squadrato, affiancato da due cancelli simmetrici, nulla lascerebbe ad intendere che fosse  un  luogo di culto, se non per qualche annuncio sacro, affisso  sul massiccio e stinto portone d’ingresso ed una piccola croce bianca di calce al disopra di esso.

Pochi scalini che si allungano entro uno spazio ricurvo, la separano dalla via comunale, oltre la quale si estende uno slargo simmetrico ad esso, contornato da un lungo sedile  in muratura, che all’epoca della costruzione della Chiesa, quando  via Solchiaro era soltanto un sentiero di campagna, doveva costituire un” unicum” con la “Cappella”.

La chiesetta  fu costruita verso la fine degli anni ’60 dell’Ottocento, quasi 150 anni fa, quando  i quartieri di Solchiaro e di Centane erano selvaggi e solitari, con poche case soltanto nella zona alta. Case soprattutto di contadini, che ogni giorno si recavano a lavorare la terra sull’estrema punta.

Proprio dove oggi c’è  la “Cappella”, abitava un sacerdote, il reverendo  Antonio Palumbo, che per prima avvertì la necessità di rendere più cristiani quei rozzi contadini, poco propensi a frequentare la Chiesa, che si giustificavano col dire che quella di sant’Antonio fosse troppo lontana.

La prima pietra fu posta il 3 maggio 1867, come ricorda una piccola targa di marmo murata a destra della soglia d’ingresso.  Fu intitolata alla Madonna della buona Morte e la benedizione ufficiale avvenne il 24 ottobre 1868, ma non fu mai ricordata con tale nome, perché i contadini della zona pur avendo grande familiarità con la falce, quella vera, temevano quella di sorella Morte, per cui preferirono chiamarla semplicemente la “cappella”.

Anche i miei erano contadini ed abitavano in quel palazzo sull’estrema punta, fatto costruire dieci anni prima della “Cappella”, da Luigi Scotti di Freca, il cui fratello don Gioacchino era il  parroco di San Leonardo.  Poiché io nacqui proprio in quel palazzo, mi ritrovai  di conseguenza a frequentare la “Cappella”. E la mia fu una  scelta, non solo per motivi di vicinanza, ma direi per affezione.

La prima volta  che entrai nella “Cappella” era il 9 ottobre del 1954 per prendere la mia prima Comunione e dopo appena cinque giorni, il 14 ottobre,  vi ritornai  per i funerali di mio nonno Pauliello, morto disgraziatamente precipitando per la schiappa. Ricordo  ancora  l’atteggiamento diverso  che   il parroco dell’epoca, don Antonio “Fra Diavolo”, assunse nei miei riguardi:  nella prima occasione mi aveva carezzato sorridendo, nella triste circostanza mi ignorò del tutto. Allora ero troppo piccolo per capire che la Morte e la Vita fossero in lotta.

E come la Vita e la Morte, quant’altri sentimenti , anch’essi antitetici come la gioia e il dolore , la Fede e il dubbio o profondi come l’amicizia e l’amore, noi  nati e cresciuti in quella zona, possiamo associare alla “Cappella”?

Soprattutto il periodo autunnale  ed   il mese di ottobre in particolare, non possiamo dissociare dal ricordo che conserviamo della “Cappella”. Forse perché il periodo autunnale,  dopo il caldo dell’estate,  la gioia della vendemmia, e l’avvicinarsi della commemorazione dei defunti, rappresenti al meglio il concetto dell’agonia e della Morte? Non per niente la prima  benedizione avvenne  il 24 ottobre del 1868.  E che dire poi del tristemente famoso nubifragio del 1947, proprio la domenica di ottobre, allorché ricorreva la festa alla “Cappella”.  Tuttora in occasione di una forte pioggia c’è ancora qualche vecchio contadino che commenta: “Pare ‘a festa a “Cappella”.

Ricordo con nostalgia tutte le feste alla “Cappella”, che si sono susseguite negli anni, quelle degli anni 50 con un ricordo più sfumato,  quelle successive con un ricordo più vivido. Ricordo la bancarella di “Micciariello”, un carrettino con le ruote, colmo di giocattoli, caramelle  e frutti di stagione,  frutti strani come giuggiole, melograni e sorbe pilose (corbezzoli). Noi ragazzi, quasi sempre acquattati sotto i pini, tentavamo dall’alto del muro, di “pescare” con l’amo qualche giocattolo desiderato, mentre il vecchio “Micciariello” era distratto. Ma non ci siamo mai riusciti. Ricordo la fila dei cacciatori con i fucili a tracolla e i relativi cani che ascoltavano la messa delle 9 e mezza, in fila ed  in piedi,  lungo il  muretto difronte alla chiesa. Il prete officiante, don Carlo Farace, non solo li sopportava, ma alla fine li benediva pure, compresi i cani. Per queste povere bestie assetate, qualche anima buona aveva addirittura  preparato un vecchio orinale pieno d’acqua per abbeverarle. Durante la messa solenne di una delle tante feste alla Cappella, quell’orinale, svuotato dell’acqua per fortuna, a guisa di tiara, fu imposto da uno dei miei  amici, sulla testa rapata a zero del povero chierichetto, che il buon Farace portava sempre con sé. Successe il pandemonio. Il bimbo piangeva. Il prete  dovette iniziare la Messa in ritardo. Allora ci siamo divertiti. Oggi io,  solo al ricordarlo, provo una grande vergogna. Vuol dire che  siamo diventati adulti, ormai ci avviciniamo al nostro ottobre della vita, ed è opportuno che ad ogni festa alla Cappella, considerassimo la Madonna degli Agonizzanti, nel vero senso per cui fu istituita.

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3 commenti

  1. Giacomo Retaggio

    Caro Peppino, mi è piaciuto molto il tuo articolo. La “Cappella” appare, pur nel suo mutismo di pietra,una sorta di metafora della vita e della morte. Vede scorrere davanti e dentro di lei intere generazioni di uomini con i loro vizi e le loro virtù, permeandone l’esistenza forse senza che neanche se ne rendano conto. Il tempo passa e tu senti la nostalgia dei tempi che furono. Ma non è che all’epoca eri giovane e tutto, al paragone di oggi, ti sembrava più bello? Ogni generazione deve vivere la sua epoca. Guai se si tornasse indietro

  2. Grazie Peppino,i tuoi racconti sono sempre piacevoli e suggestivi.

  3. Grazie Peppino, che ancora una volta riesci ad espletare molto bene e soprattutto con originalità eventi riguardani la zona dove da sempre hai vissuto.

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