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Una riflessione su populismo e antipolitica

di Nicola Silenti da Destra.it

Saranno le prossime elezioni di primavera a dire chi avrà in mano il banco al tavolo verde della politica italiana. Occorrerà attendere i risultati del voto per l’elezione di Camera e Senato, ma soprattutto l’esito dei negoziati del dopo voto, per sapere con certezza se il prossimo governo dell’Italia sarà l’ennesima, ma ormai più che probabile riedizione di un governo di larghe intese a misura di inciucio oppure il momento della prova dei fatti per la ciarliera demagogia a cinque stelle, catapultata da una politica irresponsabile dalle lande virtuali di internet alle scrivanie di Palazzo Chigi.

Rispolverato a ogni piè sospinto come si conviene agli abiti buoni per tutte le stagioni, lo spettro del populismo pervade ogni giorno la scena politica accentrando su di sé le angosce del dibattito mediatico e il suo corollario di talk show.

Assurto agli onori delle cronache italiche sin dagli anni Quaranta con il fronte dell’Uomo Qualunque del giornalista Guglielmo Giannini, il primo embrione di populismo moderno esordì nel dibattito civile di un paese ancora in guerra riscuotendo un clamoroso seguito popolare nelle campagne di stampa contro i professionisti della politica e l’antico vizio della corruzione. Costituitosi in un vero partito, il movimento di Giannini seppe intercettare da subito le istanze di un ceto medio smanioso di efficienza e pragmatismo, estinguendosi tuttavia in breve tempo proprio a causa del suo farsi partito, in palese contraddizione con l’idea originaria di una politica senza politici. Quel che impressiona dell’esperienza dell’Uomo Qualunque sta semmai nel carico di discredito che l’establishment riservò al movimento, sin da subito marchiato a fuoco dai detrattori con il famigerato termine di qualunquismo: un’etichetta denigratoria, colma del disprezzo che ammanta ancor oggi chiunque osi sollevare il velo sul malaffare nazionale, stigmatizzando corruttele e malcostumi di una politica politicante che è il più grande e antico vizio italico.

Nel clima della contestazione anni ’70, tra la messe di scioperi generali e il diluvio di cortei in procinto di sfociare nell’affronto brigatista, a guadagnarsi il fregio accusatorio dell’antipolitica fu la volta della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, il movimento della società civile conservatrice capace di mobilitare per la prima volta in piazza la borghesia meneghina. Una marcia silenziosa che fece parecchio scalpore, producendo come un boato fragoroso in una società paralizzata dagli slogan dell’autunno caldo e imponendo all’attenzione generale il disagio della borghesia italiana e delle sue istanze conservatrici.

Precorritrice del furore morale e primo sintomo dell’incombere imminente del ciclone passato alla storia come Tangentopoli, la Lega padana di Umberto Bossi segnò a caratteri cubitali la seconda metà gli anni ‘80 aprendo la strada dei ’90 e del successivo inizio di Terzo millennio all’astro berlusconiano: incuranti dei moniti e degli appelli accorati di un ceto intellettuale letteralmente impietrito da un nuovo modo di intendere il governo della cosa pubblica e con essa la partecipazione popolare, gli italiani consumarono così la loro grande rivincita contro la partitocrazia e il suo misero teatrino, imponendo sulla scena nazionale il bisogno di efficienza e concretezza di un popolo stanco delle solite parole. Una rivincita per tanti versi incompiuta, con quel senso di insofferenza incastrato in malo modo nella pancia di un popolo che sembra perennemente sul punto di risputarla fuori.

Un’insofferenza per le colpe e le incapacità e i ritardi di chi amministra il Paese che oggi spiega in larga parte il fenomeno del movimento Cinque Stelle, destinatario del campionario di strali che nel mondo si riserva, con tutti i distinguo e le incongruenze del caso, a fenomeni culturali, prima ancora che politici, come Donald Trump negli USA, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in UK, Jaroslaw Kaczynski in Polonia, Andrej Babis in Repubblica ceca o Sebastian Kurz in Austria.

Torna così in auge il dibattito su antipolitica e populismo, fenomeni indagati con dovizia di studi e di analisi da sociologi e politologi di fama mondiale, e che in Italia è all’origine del saggio di Marco Tarchi “L’Italia populista”, una stimolante riflessione su un fenomeno oggi descritto dai media per lo più con un intento spregiativo e malevolo anche se talvolta con accuse plausibili corroborate dai rituali della politica contemporanea, contraddistinta da un costume imperante e debordante fatto di sproloqui e parolacce, slogan insulsi spacciati per verità epocali, luoghi comuni a profusione e un uso smisurato e illogico di frasi fatte e espressioni gergali.

Stereotipi che rischiano di confondere in un unico calderone anche i migliori aneliti e le più sincere ambizioni, imbrigliando ogni istanza di cambiamento e di proposta. Il disprezzo per l’ntelligenza del popolo è la vera colpa di tanti protagonisti dell’attuale sistema politico con nuvoloni di fumo sparati a profusione negli occhi degli italiani per confondere, deviare, depistare l’attenzione generale dai problemi per allontanarla dalle soluzioni con una strategia che trova il suo terreno di coltura ideale nella televisione, da tempo patria dei professionisti da talk show. Un luogo da cui sembra essere bandita ogni parvenza di pensiero, ragionamento o argomentazione che possa consentire allo sventurato telespettatore di formularsi su un dato argomento la propria opinione, oppure di convincersi della bontà delle proprie tesi di partenza.

Populismo o no, quel che importa a questi personaggi è presto detto: parlare solo ed esclusivamente alla pancia degli italiani. Le teste, per loro, sono un incomodo da scansare.

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