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Salviamo il Costume procidano.

graziella.jpgCome si dice Domenico Ambrosino dalla pagine de “Il Mattino” Venerdì 30 ottobre, l’Università “L’Orientale” di Napoli ha promosso la presentazione del libro “L’oro del mare” (ed. Dante & Descartes), scritto da Elisabetta Montaldo, nota costumista per il cinema e il teatro, e Clotilde Sarnico, docente procidana nei Licei.
Introdotti da Alberto Manco, ne hanno parlato – insieme alle autrici- i professori Augusto Guarino, Ameris Roselli, Massimo Pettorino e sono intervenuti anche i fotografi Antonio Nasca e Donatella Pandolfi che hanno curato le splendide foto che corredano il volume.
Il vestito procidano antico è un vero tesoro venuto dal mare che migliaia di sapienti mani femminili hanno tessuto, cucito, ricamato, con le sete preziose dell’India, i calligrafici motivi dell’Islam, i conturbanti colori del sole mediterraneo. Le stoffe, il taglio, la decorazione “a cocciole”, il ricamo di cordoncini d’oro zecchino, fino alle “ciostole” calzate e agli orecchini, alla collana e al rosario di corallo, sono confluite come in un approdo finale dopo un lungo viaggio sui mari, irto di pericoli e memorabili avventure.
Come scrivono le autrici, vi è una forte parentela tra il costume indossato nel 1600 dalle donne procidane e quelle dell’area del Magreb e dell’area ottomana. Ma l’aspetto più singolare sta nella tecnica di ricamo a cordoncino applicato che è tipica dell’arte islamica , dall’India alla Spagna. Una contaminazione culturale dovuta forse alla presenza a Procida di mercanti saraceni fin dal primo millennio, o anche agli scambi col mondo ottomano o ancora ai continui viaggi dei marinai isolani o al rapimento delle donne procidane fatte schiave e poi tornate nell’isola.
Quelle donne marinare che sotto il vestito conservano un animo forte e deciso. E, come in tutte le città marittime, non sono destinate a sedere in un angolo della casa, ma sono use alla cura degli affari, all’amministrazione e alla gestione dei ricchi proventi che i loro uomini si procurano attraverso il duro lavoro a bordo di navi e bastimenti.
Sono donne forte e piacenti che, parimenti, hanno conosciuto le violenze e il rapimento dei pirati, la solitudine degli harem in cui venivano deportate dopo le scorrerie, le gioie del riscatto che spesso arrivava dopo lunghe trattative operate dagli enti di assistenza e mutuo soccorso appositamente istituiti come, appunto, il Pio Monte dei Marinai, fondato a Procida nel 1616.
Ora questo vestito venuto dal mare sta per scomparire. Se ne conservano pochi, logori, esemplari che vengono indossati dalle ragazze procidane in occasione della Sagra del Mare quando viene eletta la “Graziella”, l’isolana più bella, non per l’esposizione impudica del suo corpo, ma per il fascino del vestito, per la grazia della postura, per la bellezza dell’antico abito indossato.
Da qui il SOS e la proposta: salviamo il costume procidano antico! Nell’unico modo oggi possibile: attraverso una riproduzione fedele all’originale, creando un prototipo di fattura contemporanea da copiare con delle indicazioni precise, dal materiale scelto, ai modelli di taglio e composizione. Potrà, così, continuare a vivere un simbolo di quella cultura marinara che ieri, ma ancora oggi e domani, vede Procida proiettata nel flusso della vita del Mar Mediterraneo.

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