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Stanno costruendo una prigione “politicamente corretta”. Evadere è un dovere

di Nicola Silenti da Destra.it

Recuperare libertà affrancando il presente da una soffocante cappa di conformismo, falso perbenismo e quintali di ipocrisia. L’infausto flagello del politically correct avvelena impunemente la vita politica degli italiani che diviene ogni giorno di più insopportabile senza che si riesca più a scovare il benché minimo spazio di franchezza, sincerità o solo coraggio almeno per la parte dialettica.

Tramontata l’epopea infausta del comunismo e con essa la contrapposizione tra due visioni del mondo incompatibili, da alcuni decenni la nostra vita è diventata insulsa e amorfa inquinando ogni opinione e disputa verbale con uno sconfortante, ma abituale tributo di accuse da cui nessuno ha il diritto di difendersi.

Un campionario di imputazioni che pesca a man bassa tra gli epiteti di razzista, xenofobo, fascista, populista, qualunquista e Dio solo sa cos’altro, in un interminabile corollario di peccati mortali da cui non è ammessa redenzione.

Un carico di accuse che tronca sul nascere il diritto di cittadinanza di chiunque rifiuti di sottostare alle logiche degli habitué della puzza sotto al naso, e al contempo nega la possibilità di esistere a chiunque guardi al mondo da un angolo visuale differente: uno sguardo “altro” che mostri una qualche lontananza dall’unico punto di vista accettabile, permesso, gentilmente concesso. Un’irritazione ben nota ai sempre più italiani che non possono più sfuggire al fastidio insopportabile di quel dito costantemente puntato, come se il sacrosanto diritto di esprimere o anche solo formulare una propria opinione debba sempre e comunque sottostare al vaglio di un censore. Un qualcuno che, non si sa bene investito da chi o da che cosa, si arroghi impunemente il diritto di sancire senza appello se siamo nel giusto o nel torto, se nel bene o nel male, tutto pur di non accordare diritto di cittadinanza a chi si ostina a pensare con la propria testa, incurante dei sorrisi a mezza bocca e dei giudizi inappellabili di questa casta di infallibili sentenziatori.

Circoscritti a grandi linee i termini della questione, appare ormai di tutta evidenza la necessità di sgomberare dalla zavorra del politically correct il dibattito pubblico del Paese, restituendo al diritto delle proprie opinioni e al libero gioco democratico i tanti italiani che oggi ne sono esclusi: un nobile, dignitosissimo esercito di estromessi, che si vorrebbe ghettizzati e confinati in un limbo della vergogna e del castigo da questa spirale perversa e scellerata. Una zavorra ormai chiaramente identificata, contro cui da tempo si levano inascoltate voci autorevoli come quella di Marcello Veneziani, che in più occasioni ha dedicato ampio spazio al fenomeno schematizzandone l’esegesi nel passaggio dall’epoca del “PC” (inteso come partito comunista) a quella del “pc” (il famigerato politicamente corretto).

Una nuova cifra ideologica e un nuovo canone lessicale da cui nessuno può fuggire e che segna una linea di confine insormontabile tra chi sta dalla parte del giusto e chi del torto, senza possibilità di redenzione trattandosi di un peccato mortale.

Gli italiani-e sono tanti- che osano provare a sottrarsi a questo esercizio perverso vanno incontro a una sicura criminalizzazione pagando a caro prezzo l’aver provato a valicare il muro spessissimo che separa ciò che è lecito affermare da ciò che non si può nemmeno immaginare. Così, chi ritiene folle un’accoglienza senza regole e senza limiti di migranti sul nostro territorio è un razzista, mentre chi chiede pene certe per chi commette reati, specie i più gravi, o è un boia oppure un aguzzino. Per non parlare di chi osteggia un uso scriteriato dello ius soli, crocifisso ancor prima di aprir bocca per manifesta xenofobia, intolleranza e un pacchetto a scelta di crimini contro l’umanità.

Così al cittadino comune non resta che scegliere. Piegarsi alla morale comune e al giudizio benpensante di chi ha l’esclusiva sul bene e sul male, oppure serenamente” sbattersene”.

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