Stupore e meraviglia

Di Michele Romano

Il filosofo Emmanuel Kant dice: “Due cose in me destano stupore e meraviglia, la coscienza morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me”. Tale espressione del grande filosofo di Konigsberg ci ha predisposto ad entrare in tali misteriosi meandri tra paura e coraggio. Ad onor del vero l’attenzione su ciò ci fu posta, durante il nostro pendolarismo marino, da parte di un giovane ed acuto compagno di viaggio, Raffaele Iovine, che chiese di offrire un’interpretazione di questa frase. Pertanto abbiamo cercato di offrire una riflessione in merito. Per quanto riguarda l’attraversare il buio sentiero della coscienza si è spinti dalla dicotomia tra fragilità e libertà che ci attanaglia, schiacciati dentro una società tesa più ad apparire che essere nella propria avventura esistenziale. Nel trovarmi tra le mani il “De rerum natura” di Lucrezio veniamo particolarmente colpiti quando dice che il corpo della Terra, l’acqua, gli aliti lievi dei venti, l’ardente calore che appaiono comporre quasi l’intero universo consistono tutti di un principio e di una fine di uguale natura nella quale va considerato anche la vita dell’uomo. Per questo vedere le immense parti del mondo in un perenne consumarsi e riprodursi è chiaro che anche il Cielo e la Terra hanno loro un tempo di origine e fine. Tale riflessione di Lucrezio, invece di annientarci e farci rinunciare l’entrata, ha avuto l’effetto di affrettare l’ingresso con l’ardore di prendere di petto la coscienza per comprendere se la nostra accertata finitudine possa trovare, nella penombra dell’anima, il dono, smentendo il grande pensatore latino, che l’uomo pur essendo un essere finito è partecipe di un progetto che tende al senso mirabile dell’infinito in cui la bellezza della luce non tramonta mai, in una gioiosa convivenza cosmica. È qui che, con Kant, ci sentiamo trascinati da una mirabile ed indescrivibile emozione, da un soffio vitale e dolce di voce che il percorso per la Via Lattea è accessibile a ciascuno di noi perché nel nostro DNA c’è il senso dell’infinito. Con la acquisizione di tale percezione cosmica che rende sempre più visibile la nostra isola micaelica come un capolavoro di bellezza unica della natura, entriamo nella luce abbagliante del cielo stellato sopra di noi. E qui siamo indotti alla tentazione di accertare se una piccola ma significativa quota stella possa avere sede sul pianeta Terra. Come per incanto è il sommo poeta Dante Alighieri, con una sua giovanile poesia “Donne che avete intelletto d’amore” ad indicarci il luogo dove trovarlo: dentro il corpo e l’anima femminile. Come? Nell’atto di sublimazione dell’amore quando si entra nella luminosa armonia dell’amplesso si viene presi da una estasi contemplativa verso colei che racchiude dentro di sé il dono di partecipare al sorgere della vita nella fantasmagorica visione del creato. È tempo che noi, componente maschile, ci abbeveriamo alla fonte della loro stupefacente virtù. Aldilà della nostra libera interpretazione il messaggio che si può ricavare dallo stupore e meraviglia kantiana certamente è quello di predisporsi, con il candore fanciullesco che caratterizza i più piccoli, a intraprendere la strada per liberarci dalla superbia cieca e bieca che ci fa smarrire il modo più appropriato e solidale di condividere l’affascinante avventura esistenziale.

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