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Stx – Fincantieri. Dal patriottismo francese all’orgoglio italiano?

di Nicola Silenti da Destra.it

Si dovrà pazientare sino al vertice italo – francese del 27 settembre per conoscere l’esito conclusivo della vertenza Stx – Fincantieri. Una vertenza in realtà già chiusa a inizio anno sotto la presidenza Hollande, dopo un negoziato tra le parti e la stipula di un accordo formale vincolante in virtù del quale l’italiana Fincantieri, coadiuvata da un gruppo di azionisti tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, ha acquisito la maggioranza assoluta della società francese lasciando in garanzia ai cugini d’Oltralpe una quota di minoranza. Un’intesa stracciata dal nuovo inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron il quale, in barba agli accordi presi, con un improvviso voltafaccia ha deciso di nazionalizzare l’azienda contesa. Una decisione che è apparsa subito ai più dettata dalla volontà di Macron di giocare con lo spirito nazionale e nazionalista dei francesi per recuperare almeno in parte il favore che lo aveva condotto a furor di popolo alla presidenza. Un favore popolare dilapidato in un baleno con un’azione politica incolore e scialba come il suo fumosissimo programma di governo, e che oggi con una manovra di chiara impronta maramaldesca si vuole mettere in conto all’Italia nel più totale spregio delle regole del libero mercato e della comune appartenenza, con uguale dignità e pari diritti, all’Unione europea.

Incoraggiata dall’iniziale sorpresa di Roma e dalla solita inconsistenza decisionale delle istituzioni UE, la presidenza francese ha provato a volgere ancora la situazione dalla propria parte con la proposta all’Italia di un controllo paritario dei cantieri navali Stx al 50 per cento, aprendosi a una generica possibilità di collaborazione tra i due paesi anche nell’ambito della cantieristica militare. Un rilancio degno del canto infido delle sirene di Ulisse raccomandando al senato la necessità di «rafforzare la cooperazione tra Italia e Francia, due grandi popoli, come fratelli», riaffermando la proposta di Parigi di un controllo al 50 per cento per parte. Un’offerta che, per la prima volta da tempo immemore, ha destato finalmente una levata di scudi e un moto di reazione da parte di due rappresentanti dell’esecutivo italiano: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e quello dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che hanno espresso netta contrarietà per una ridiscussione anche solo parziale dell’accordo che ha consegnato il controllo di Stx a Fincantieri.

Ma più che soffermarsi sulla statura politica dei singoli protagonisti e sulla bontà delle posizioni di una parte sull’altra, quello che è importante sottolineare è la rinnovata centralità del mare e della portualità nell’orizzonte economico, politico e istituzionale del nostro Paese e dell’Europa. Temi trattati anche all’interno del Collegio nazionale capitani di Lungo corso e di Macchina, la storica associazione professionale guidata da un’autorità del comparto marittimo come il comandante Giovanni Lettich, che rimarca come «tutti gli economisti, in modo unanime, hanno condannato l’ operazione francese: a mio avviso un vero e proprio autogol. La realtà è che abbiamo assistito alla conferma  dell’esistenza di quella che in gergo diplomatico viene definita la ” politica del cortile”» prosegue Lettich «cioè la spartizione dell’Europa in aree di competenza tra tedeschi e francesi: ai tedeschi spetta l’ Est e parte della Spagna, alla Francia il resto della Spagna e l’Italia. Bene hanno fatto a mio avviso i ministri Padoan e Calenda a mostrare i denti, richiamando subito l’analogia del caso Fincantieri – Stx con quello Telecom: per questo, a mio modesto parere, condivido la linea di chi ritiene che o all’Italia va la maggioranza azionaria di Stx oppure lasciamo perdere, e in questo caso saranno i francesi ad avere il timore maggiore per le relative conseguenze. Tuttavia è bene anche osservare» conclude il comandante Lettich «che alcuni ministri sono fiduciosi sul raggiungimento di un accordo complessivo, in particolare sul fronte militare, vedendo nell’intesa con i francesi un’opportunità anche per le tante aziende italiane ad alta tecnologia che operano nel settore della difesa, come Leonardo Finmeccanica, Selex e Oto Melara, oltre che Fincantieri».

Quale che sia il finale della vicenda, a nessuno può sfuggire che il conflitto tra Italia e Francia sia deflagrato su una questione all’apparenza accessoria come quella marittima, invece che su materie “calde” e ugualmente controverse come l’immigrazione o la gestione della crisi libica. Il fatto è che l’Italia, privata e privatizzata di tutto negli ultimi decenni, scippata della sua anima produttiva a dispetto di tutto e di tutti conserva ancora con ostinazione spazi di eccellenza. Luoghi di maestria, creatività e ingegno in cui esprimere ancora con orgoglio e tenacia il talento dei suoi uomini migliori, custodi di conoscenze, competenze e tradizioni come quella del mare che ci vedono competere da protagonisti. Spostare la competizione con la Francia e chiunque altro sui tavoli in cui siamo capaci di offrire le prove migliori di noi stessi è segno di intelligenza e di raziocinio.

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