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Il toro e il bue

DSCN2302di Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

In quel torrido pomeriggio  d’agosto, ero appena tornato dal mare e in attesa di mangiare, ero  intento a leggere un libro. Stavo seduto al grande tavolo,   nella sala da pranzo, proprio difronte alla finestra, che guarda verso il mare.

In un angolo   mia  madre lavorava  alla macchina per cucire e canticchiava vecchie canzoni.

La  stanza, posta al primo piano era inondata di luce. Tutt’attorno un grande silenzio, interrotto soltanto dal ticchettio dell’ago e  dal frinire di qualche cicala.

Io  non avvertivo niente, nemmeno il silenzio, tanto ero preso dalla realtà romanzesca, in cui   mi ero completamente sprofondato.

Ricordo ancora il titolo del libro: “Morte nel pomeriggio”. morte che si riferiva ad un  toro, che fermo  nell’arena, già ferito e barcollante, fissava smarrito tutta quella folla, che incombeva dall’alto degli spalti ed aspettava in silenzio.

Che cosa aspettava quella gente? Aspettava la morte del toro e sperava che proprio io (nella mia  fantasia ero appunto il torero)  mi decidessi a destinare l’ultimo colpo all’ignara bestia.

Io fermo a gambe larghe, roteando leggermente la muleta con la sinistra, ero pronto ad affondare la spada, per il colpo mortale. Guardavo però, quasi con pena i grandi occhi imploranti di quell’animale moribondo. Fu quell’attimo di indecisione a farmi desistere, e al toro di prendere l’iniziativa. All’improvviso quel grande bestione, recuperando le ultime energie del suo corpo ferito, con le narici fumanti, puntò deciso la sua testa cornuta contro di me e mi colpì. A morte.

La folla delusa, più che addolorata, rompendo il silenzio dell’attesa, proruppe in un unico e sconfinato  urlo bestiale. Era un fragore che pur esistendo soltanto nella mia fantasia, ebbe il potere di farmi tornare alla realtà.

Alzai gli occhi dal libro. Guardai verso la finestra, oltre la quale mi era parso di sentire quel  rumore assordante. Era stato come un rimbombo di infiniti tuoni, che soltanto per poco aveva rotto il silenzio della campagna, e poi tutto era ritornato nella quiete. Mia madre aveva interrotto il suo lavoro e mi guardava con sguardo interrogativo. Mi alzai e  d’istinto mi affacciai alla finestra. Lanciai un urlo.

Forse agiva ancora in me la paura immaginaria, che avevo provato durante la lettura.

Nel cortile sottostante, l’intera catasta dei “ciarravoni”, che il nonno aveva preparato per il sostegno delle viti, poggiandoli diligentemente al muro,  giaceva sparpagliata per ogni dove. E sotto il mio sguardo incredulo non solo vidi  un toro, ma addirittura due.  Erano assicurati per le corna ad uno  stesso palo, che probabilmente avevano trascinato fin là, scappando dalla stalla e per forza di cose  avevano proceduto l’uno davanti e l’altro dietro. Ora stavano fermi, ma mentre uno appariva mansueto come al  solito, l’altro era visibilmente agitato. Sbuffava rumorosamente dalle narici e si impennava sulle gambe posteriori,  tentando di liberarsi dal palo. E nel suo folle tentativo, coinvolgeva anche l’altro, che si ostinava invece a stare fermo. La mamma chiamò il nonno, che subito accorse.  Il vecchio, che durante l’estate  indossava sempre un camicione bianco di lino, si parò dinanzi ai due bestioni alzando le braccia.

Jamme Ciccì- Jamme Pascà! – li chiamò come al solito per nome.

Sempre gli avevano obbedito. Secondo il nonno, i buoi obbedivano per paura, intimoriti dal bianco della camicia.

Ora  il povero uomo  dovette constatare con sorpresa che  mentre Ciccillo mogio mogio lo seguiva,  l’altro, Pasquale, non voleva assolutamente seguirlo, mostrando di preferire un’altra direzione.  Della camicia bianca non se ne fotteva per niente.

Proprio nei pressi c’era un grande fosso, recintato con pali, che appena la domenica scorsa alcuni contadini avevano scavato. Proprio verso quel fosso tentava di dirigersi Pasquale, che ,come ben avete capito, era il bue più agitato.

A questo punto il nonno cominciò a bestemmiare imprecando contro Chianchetto, un macellaio molto famoso, che come a lui aveva consegnato i due buoi per farli crescere, altrettanto aveva fatto con un contadino delle Centane, consegnandogli  una vacca da latte.

La vacca, dopo aver svezzato i vitelli, stava di nuovo  in calore e il povero contadino delle Centane,  non avendo i soldi per farla montare, si rivolse a Chianchetto.

Il solerte macellaio per venirgli incontro, gli promise di farla montare da  un bue del nonno. Il nonno logicamente non era d’accordo, ma Chianchetto convinse costui, ricordandogli che, l’inverno scorso gli aveva prestato dei soldi per comprare le patate. – Le patate le hai  scavate – gli fece rilevare il simpatico aguzzino – ma i soldi non me li hai ancora restituiti!

E fra il vaccaro  delle Centane  e il contadino di Solchiaro, chi ci andò per sotto?

Il povero Pasquale! Lui era il bue più bello, con le corna più lunghe. Un vero toro, ed anche promettente. E così, un bel giorno, gli portarono la vacca (che senza dubbio possiamo chiamare Carolina, un nome adatto per una vacca così formosa!)

E Pasquale, divenuto all’improvviso, per scelta altrui, un torello di razza, quella domenica pomeriggio con grande piacere saltò in quel fosso appositamente preparato, dove l’aspettava Carolina, dalle mammelle prosperose. La vacca  gli piacque sicuramente, dal momento che da quella prima volta, per lui divenne una ossessione.

Il nonno, che di vacche se ne intendeva, alla fine riuscì a portare Pasquale,  il toro sognatore fin dentro la stalla, usando una strategia. Nel maledire Chianchetto e tutti i vaccari, dopo aver sentenziato che “u vojo, quanno non vò vevere, è inutile che ò sischi”, fece annusare alla pur grossa, ma ingenua bestia un suo pantalone, impregnato del tanfo della vacca e così  riportò Pasquale docilmente nella stalla.

Vai a convincere sennò quella bestia, ormai  ringalluzzita, che il fosso, verso il quale si ostinava a correre, alla ricerca di Carolina, fosse  ormai vuoto.

 

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