Procida. Commenti al vangelo di domenica 7 novembre: La resurrezione dei morti

Decimo appuntamento con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Ascoltiamo  il commento al vangelo di questa domenica7 novembre 2010 attraverso il video di  p. Alberto Maggi

(trascrizione da scricare) e una omelia di mons. Oscar Romero (anno 1977)

Nella gioia di un dio  poco  conosciuto…un abbraccio e buona domenica!

Lina
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XXXII TEMPO ORDINARIO – 7 novembre 2010DIO NON E’ DEI MORTI, MA DEI VIVENTI ? Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Lc 20, 27?38
[In quel tempo] si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio
fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della
risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Lc 20,27-38: La resurrezione dei morti

I sadduccei erano i più conservatori del neo giudaismo dell’epoca di Gesù. Ma solo nelle loro idee, non nella condotta. Ritenevano rivelati da Dio solo i primi cinque libri della Bibbia, che attribuivano a Mosè. I profeti, gli scritti apocalittici, tutto quanto si riferiva perciò al Regno di Dio, alle esigenze di cambiamento nella storia, all’altra vita, li consideravano idee “liberazioniste” di risentiti sociali. Per loro non esisteva un’altra vita, l’unica era la presente e in essa erano privilegiati; perciò non c’era da sperare nell’altra.

A questo modo di pensare appartenevano le principali famiglie sacerdotali, gli anziani, ossia i capi delle famiglie aristocratiche e avevano i propri scribi che, sebbene non fossero i più prestigiosi, li aiutavano a fondare teologicamente le loro aspirazioni ad una buona vita. Le ricchezze ed il potere che possedevano erano una dimostrazione che erano preferiti da Dio. Non avevano bisogno di sperare in un’altra vita. Grazie a questo avevano una posizione comoda: da un lato un’apparenza di pietà, dall’altro uno stile di vita secondo i costumi pagani dei romani, loro amici, da cui ricevevano privilegi e concessioni che aumentavano le loro fortune.

I farisei erano il loro opposto, tanto nelle loro speranze come nel loro stile di vita austero e piegato alla legge della purezza. Una delle convinzioni più forti che avevano era la fede nella resurrezione, che i sadduccei rifiutavano apertamente per le ragioni sopra esposte. Ma molti concepivano la resurrezione come la mera continuazione della vita terrena, per sempre.

Il testo di Luca ci dice che si avvicinarono a Gesù alcuni sadduccei e, tendendogli un tranello, gli proposero un caso che non era reale, come moltissime delle loro discussioni teologiche, fondate su casi fittizi. E gli dissero: “Maestro, Mosè ci comandò che se un uomo fosse morto senza aver avuto figli, suo fratello maggiore avrebbe dovuto prendere la vedova come moglie, e dare al figlio che avrebbe avuto da lei il nome del fratello morto, perché non sparisse il nome di suo fratello, liberandolo così dall’ignominia di non aver avuto una discendenza. Supponi questo caso: c’erano sette fratelli. Il primo si sposò e mori senza aver figli con sua moglie. Allora il secondo, per rispettare la legge di Mosè, prese la vedova come moglie, ma anche lui mori senza avere discendenza; e lo stesso successe a tutti gli altri. In fine mori anche la donna. Cosa credi succederà quando risorgeranno? Di chi sarà moglie, dal momento che tutti la ebbero in moglie?”.

Gesù era già al termine della sua vita. L’ultimo servizio che stava rendendo alla Causa del Regno, e nel quale si stava giocando la vita, era quello di smascherare le turpi intenzioni dei gruppi religiosi del suo tempo. Aveva dichiarato i componenti del sinedrio incompetenti a decidere se avevano o no l’autorità per fare quello che faceva; aveva tacciato d’ipocrisia i farisei e gli erodiani, nello stesso tempo in cui dichiarava che l’impero romano dovesse lasciare a Dio il suo ruolo di re; ora si scontrava con i sadduccei e manifestò chiaramente davanti a tutti la loro incompetenza, persino in ciò che ritenevano essere la loro specialità: la legge di Mosè.

La posizione di Gesù in questo dibattito con i sadduccei può risultarci molto illuminante per i nostri tempi. Anche noi, nella nostra società secolarizzata, reagiamo frequentemente contro un’immagine esageratamente semplicistica della resurrezione. Chiunque di noi può ricordare gli insegnamenti che su questo tema ricevette nella sua formazione cristiana al catechismo infantile, la facile descrizione che fino a quarant’anni fa veniva fatta della morte (come separazione dell’anima dal corpo), di quello che sarebbe il giudizio particolare, il giudizio universale, il purgatorio (se non il limbo), il cielo e l’inferno…

La teologia (o semplicemente l’immaginazione) cristiana, aveva risposte dettagliate ed esaustive per tutto. Credeva di sapere quasi tutto rispetto all’aldilà e non faceva certo uso di sobrietà e mediazione. Molte persone “di oggi” con una cultura filosofica e antropologica (o semplicemente con il senso comune attuale) si ribellano, come quei sadduccei coetanei di Gesù, contro un’immagine tanto plastica, tanto massimalista, tanto sicura di se stessa? Come quei sadduccei, anche a noi, oggi, Gesù dice: non sapete di cosa state parlando; la resurrezione non è qualcosa che si possa scrivere nei dettagli e nemmeno “immaginare”.

Forse un simbolo che esprime un mistero che appena possiamo intuire. Una resurrezione intesa direttamente e pienamente come una “riviviscenza” sebbene spirituale (che è come l’immagine radicata in molti cristiani formatisi qualche tempo fa) non è sostenibile. Una scossa come quella che diede Gesù ai sadduccei, forse farebbe bene anche a noi. Prima che i nostri contemporanei perdano la fede nella resurrezione sarebbe bene fare uno sforzo serio per purificare il nostro linguaggio sulla resurrezione e mettere in rilievo il suo carattere misterioso. Fede si, ma non una fede facilona, bensì seria, sobria, ben formata.

Omelia di mons. Oscar Romero (anno 1977)
Se vuoi rileggere le riflessioni delle precedenti settimane clicca sui link sotto:

– 31 ottobre

– 24 ottobre

– 17 ottobre

– 10 ottobre

– 3 ottobre

– 26 settembre

– 19 settembre

– 12 settembre

– 5 settembre

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