Procida. Commenti al vangelo di domenica 21 novembre.

Docidcesimo appuntamento con la rubrica dedicata ai commenti al vangelo. Ascoltiamo  il commento al vangelo di questa domenica 21 novembre 2010 attraverso il video di  p. Alberto Maggi (trascrizione da scricare) e una omelia di mons. Oscar Romero.

“Signore” non è colui che ha , ma colui che dà.

“Re non è colui che domina, ma colui che si mette la servizio dell’uomo per liberarlo dalle schiavitù.”
vi abbraccio e vi auguro una buona domenica e una buona settimana!
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XXXIV TEMPO ORDINARIO – 21 novembre  2010
SIGNORE, RICORDATI DI ME QUANDO ENTRERAI NEL TUO REGNO
Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi OSM

Lc 23, 35-43
[In quel tempo, dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo:
«Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Riflessione di mons. Romero solennità di Cristo re

Il Vangelo di oggi ci presenta come regna Gesù, il Cristo: non da un trono imperiale, ma dalla croce dei ribelli. La ribellione di Gesù è la più radicale di tutte, perché non si limita a pretendere di eliminare un tipo di potere (quello romano o quello sacerdotale) per sostituirlo con un altro, con un nome diverso ma basato sulla stessa logica di dominazione e violenza (che era ciò che esattamente corrispondeva alle aspettative giudaiche).

Potremmo dire che Gesù è l’anti-re secondo i modelli dei sistemi oppressori: non vuole dominare gli altri, ma al contrario, promuovere, convocare, suscitare, il potere di ciascuno, in modo che ciascuno assuma responsabilmente il peso e la gioia della propria libertà.

Uno dei grandi psicologi del XX secolo, Erich Fromm, prospetta nel suo libro “La paura della libertà”, che di fronte all’angoscia prodotta nell’essere umano dalla coscienza d’essere separato dal resto della creazione, che adottiamo due atteggiamenti ugualmente patologici: dominare gli altri e cercare da chi dipendere, offrendogli la nostra libertà. In entrambi i casi, le persone cercano come, attraverso questi meccanismi, dissolvere questa barriera che ci separa dagli altri e dal resto dell’universo. Il peccato fondamentale dell’essere umano è quindi un peccato di potere male amministrato, male assunto. E questo è l’origine di tutti gli altri peccati: l’avarizia, che conduce ad un ordine economico ingiusto, la superbia, che ci impedisce di vedere con chiarezza i nostri errori e peccati; la menzogna, che ci porta a manipolare o lasciarci manipolare; la lussuria, il sesso utilizzato come strumento di potere per “possedere”, opprimere; la paura, che ci impedisce di alzarci e camminare con i nostri piedi.

Inciampando in queste trappole del potere a cui ci conduce la nostra “paura della libertà”, quando un regime oppressore, di qualsiasi segno ci diventa insopportabile, cerchiamo come rovesciarlo… per sostituirlo con un altro che ciò nonostante funziona con la medesima logica. Questa è la logica che Gesù disarticola in maniera totale e radicale.

Quando nel Getzemani accorrono i soldati e le turbe inviate “da parte dei sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo” (Mt 26,47) per arrestare Gesù e uno dei dodici taglia l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Gesù lo riprende e dice: “pensi che non possa pregare mio padre che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli, ma come si compirebbero le Scritture che dicono che così deve succedere?” (Mt 26,53). Gesù non ricorre alla violenza, di nessun tipo, e nemmeno – tanto meno – alla violenza divina, perché ciò significherebbe perpetuare le regole del gioco del “principe di questo mondo” (Gv 12,31), il Signore di “tutti i regni di questo mondo e la loro gloria” che per questo motivo la da a chi vuole (Lc4,6). Gesù si rifiuta d’essere incoronato re allo stile del “mondo” dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,15). La tentazione del potere, inteso nello stile dei sistemi oppressori, perseguita Gesù dal deserto alla croce. E dal deserto alla croce Gesù rifiuta questo modello, denuncia con chiarezza che ciò viene dal diavolo, dal “principe di questo mondo” non cade nelle sue trappole.

Il costo di questa resistenza di Gesù, non solo coraggiosa ma lucida, è la morte.

Nella croce Gesù sconfigge totalmente e radicalmente il demonio spogliandolo del potere, concepito come violenza e oppressione da un lato e come dipendenza, sottomissione e alienazione dall’altro. In questo modo inaugura il nuovo modello di relazioni tra le persone e con l’universo intero, basate non sulla dominazione/dipendezza, ma sul rispetto reciproco, sull’armonia, sul coraggio di assumere responsabilmente il peso della propria libertà.

Nella lettera ai colossesi, Paolo segnala come attraverso Gesù il Cristo (primogenito di tutte le creature, preesistente e co-creatore dell’universo, capo della chiesa, primizia della pienezza della creazione intera) si produca la riconciliazione di tutti gli esseri con Dio. Questa ed altre espressioni paoline hanno dato luogo ad interpretazioni erronee, che considerano che la morte di Cristo sulla croce fosse il prezzo da pagare perché il Padre, arrabbiato e rancoroso, perdonasse l’umanità peccatrice.

Ciò nonostante, i Vangeli ci mostrano chiaramente perché e come Gesù ci riconcilia col Padre: non perché questo Dio, Padre e Madre, sia un Dio rancoroso, ma perché abbiamo perso la direzione dell’autentica unità con Dio e con l’universo intero: questa non si realizza soccombendo alla nostra paura esistenziale e arroccandoci su posizioni di potere (dominante o dipendente) ma superando le nostre paure, rischiandoci a presentarci tali come siamo davanti a Dio, in totale povertà di spirito, senza scudi protettori che ci impediscano di vedere il suo volto.

Noi cristiani proclamiamo che Cristo è l’alfa e l’omega dei tempi, signore della storia. Ma – e soprattutto – che la sua signoria è quella di chi libera da ogni forma di oppressione e sottomissione, che ci da la libertà dello spirito, che ci restituisce la filiazione divina oscurata dalle nostre paure, debolezze e peccati. Cristo re è quindi l’anti-re agli occhi del mondo. E’ l’Agnello sgozzato (Ap 5,12) che ci riconcilia con Dio e ci riporta, non al paradiso perduto, ma all’utopia della nuova Gerusalemme, nella quale non ci sarà ginocchio da piegare se non davanti a Dio… Costui ci libera e ci comanda di metterci in piedi!

Disgraziatamente, quante volte nella nostra vita ecclesiale riproduciamo i modelli del “regno” del mondo e non quelli di Dio in Gesù Cristo! Quante volte stabiliamo relazioni di potere autoritarie invece che fraterne! Quante volte siamo conniventi con i poteri del sistema, sia per azione che per omissione! Il modello del Regno che ci presenta l’Agnello sgozzato ci interpella e chiama a conversione.

Se vuoi rileggere le riflessioni delle precedenti settimane clicca sui link sotto:

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