Home > arte > Il Cristo Morto di Lantriceni è una vera e propria opera d’arte

Il Cristo Morto di Lantriceni è una vera e propria opera d’arte

cristo mortodi Giacomo Retaggio

La scultura del Cristo morto di Carmine Lantriceni che si porta in processione il venerdì Santo è, al di là del valore emozionale ed affettivo che ha per ciascuno, una vera e propria opera d’arte. E questo senza se e senza ma. Noi siamo abituati da sempre a considerare questa icona come una cosa del  tutto nostra a cui siamo legatissimi e ne siamo quasi morbosamente gelosi. Ma il valore intrinseco della statua va molto al di là di quelle che possono essere le nostre sensazioni di Procidani per assumere un valore universale: la statua del nostro Cristo morto è un capolavoro assoluto ed esorbita di conseguenza dai confini di Procida. E questo ben lo sanno coloro che vengono da fuori dell’isola ed osservano la scultura con occhi scevri dalla procidanità. Nei giorni 4 e 5 aprile scorsi si è tenuta presso la Congrega dei Turchini di Procida, fortemente voluta dal priore Gabriele Scotto di Perta ed in cui il sottoscritto ha svolto il compito di moderatore, un’interessantissima “tavola rotonda”  sul valore storico ed artistico- iconologico del nostro Cristo morto. Sono intervenuti lo storico dell’arte prof. Elviro Langella da Catania, la prof. Anna Iozzino critica d’arte da Roma, l’arch. Franco Lista esperto in restauro e Sergio Zazzera. Nei due giorni in cui si è tenuta la tavola rotonda l’argomento Cristo morto è stato sviscerato in tutta la sua complessità con competenza e passionalità. E’ stata sfatata una volta per tutte la leggenda metropolitana che vuole la statua opera di un carcerato della Casa penale di Procida. Come già il sottoscritto ebbe a scrivere alcuni anni addietro più di un secolo separa la data riportata sulla base della scultura da quella dell’istituzione del carcere sull’isola. Questo toglie forse un alone romantico e di mistero all’opera, ma riporta la cosa nell’alveo della verità. Sono venute fuori delle cose interessantissime come la presenza sulla base della statua, poco prima della firma dell’autore, di una zona rettangolare che copre tre puntini dorati disposti a forma di triangolo, simbolo dell’appartenenza del Lantriceni alla massoneria, a riprova della grande diffusione di quest’ultima nella società del ‘700 napoletano. L’arch. Franco Lista, che si adoperò per il restauro della scultura nel ’90, ha messo in evidenza come restauri inopportuni e grossolani precedenti abbiano in più punti alterato la statua: il cuscino su cui si regge la testa del Cristo era diventato di colore rosso, adesso, invece, è stato riportato al suo colore originale grigio- azzurro. Sergio Zazzera è riuscito a rintracciare una fattura che si potrebbe riferire al pagamento dell’opera al “mastro” Lantriceni: ducati 50 che riportati al valore di oggi sarebbero si e no 900- 1000 euro. Ben poca cosa per un lavoro del genere. Ma è tutto da dimostrare perché sulla figura di questo scultore si sa ben poco. Il prof. Elviro Langella ha illustrato le affinità tra il nostro Cristo morto (1728) e quello di Amedeo Bottiglieri nel duomo di Capua (1724) nonché con il Cristo velato del Sanseverino (1753). Tre date che sono la dimostrazione dell’alta qualità artistica raggiunta dalla scultura napoletana nella prima metà del ‘700. Il sottoscritto, nel suo intervento di moderatore, ha sottolineato come forse sarebbe il caso di definire la scultura “Cristo deposto” e non “Cristo morto” perché essa rappresenta un cadavere appena staccato dalla croce e non ancora preda del “rigor mortis”: difatti le braccia e le gambe sono ancora abbandonate plasticamente e non ancora irrigidite. Un pubblico numeroso ed interessato ha seguito con attenzione le intriganti relazioni. Hanno fatto da contorno l’esecuzione, la prima sera, dello “Stabat mater” di Pergolesi da parte del coro “Prochitars” e del sempre splendido soprano Graziella Scotto di Vettimo; la seconda sera l’esibizione della “Corale della congrega” nelle “Sette parole di Gesù in croce”, la famosa “Agonia” composta dal sacerdote procidano Nicola Martiniano, fino ad alcuni anni fa eseguita costantemente nelle funzioni del Venerdì santo. Sono stati due giorni intensi e ricchi di significato a dimostrazione dell’alto livello  raggiunto dalla Congrega dei Turchini nel panorama culturale procidano.

Potrebbe interessarti

“Procidani si nasce ed io lo nacqui” di Giacomo Retaggio. Questa sera al Marina di Procida

PROCIDA – “Procidani si nasce ed io lo nacqui” così, in questa calda estate del …

2 commenti

  1. come capita da un po’ di tempo a questa parte il nostro storico e scrittore Giacomo Retaggio ci delizia con questo commento alla due giorni che si è svolta alla congrega dei turchini soffermandosi ancora una volta sulla “paternità ” del nostro Cristo Morto e sulla sua maestosità. Ben vengano questi giorni e spero che in avvenire ci sia un qualche replay tale da permettere a chi non ha potuto assistervi oggi di deliziarsi oltre che con la storia della scultura lignea, dei tanti canti della passione che oggi non vengono più eseguiti

  2. Leggo ” Il prof. Elviro Langella ha illustrato le affinità tra il nostro Cristo morto (1728) e quello di Amedeo Bottiglieri nel duomo di Capua (1724) nonché con il Cristo velato del Sanseverino (1753)”.

    Come si fa a parlare di storia, senza conoscere e far confusione con i nomi degli autori delle opere?
    Il “Sanseverino” chi sarebbe? Si chiama Giuseppe Sanmartino l’autore del Cristo Velato che si trova a Napoli, nella Cappella Sansevero.

    La copia del Cristo Velato che si trova nel duomo di Capua è di Matteo Bottiglieri, non Amedeo.

    https://it.wikipedia.org/wiki/Cristo_velato

    https://en.wikipedia.org/wiki/Matteo_Bottiglieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *