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Nella Crocifissione risuona per sempre il grido d’abbandono di tutti i sofferenti

Intervista a Ermanno Olmi, a cura di Alessandro Beltrami

in “Avvenire” del 5 aprile 2012

Pochi registi come Ermanno Olmi hanno avuto il coraggio di affrontare la croce e il suo significato.

Nel suo ultimo film, Il villaggio di cartone, in una chiesa dismessa il crocifisso viene staccato da una gru e posto a terra. Una scena che ha suscitato non poche polemiche. [youtube B5V6ggWK_6g]

Olmi, la croce oggi è ancora «scandalo e follia »?

«Tutti i giorni la croce è uno scandalo. Ogni giorno affrontiamo realtà che, anche nelle condizioni di maggiore equità e coscienza, hanno sempre bisogno di qualcuno che si assuma per tutti la responsabilità di portare piccole e grandi croci. La dimensione può essere familiare come planetaria

ma la qualità del sacrificio, pur nella differenza di quantità, ha però il medesimo valore. Cristo per la salvezza dell’umanità si è assunto la responsabilità di portare sulla croce un riscatto che riassume

in sé il significato di ogni singolo sacrificio. Ciò è avvenuto in un momento storico in cui l’impero romano vinceva trionfalisticamente prevaricando però su tutta l’umanità. Quel giorno il mondo è stato sconfitto dal singolo sacrificio di un uomo. E questo è stato possibile perché solo nello spirito del sacrificio il perdono è davvero tale».

La croce come spartiacque della storia: ma quanto questo sacrificio, secondo lei, è riuscito davvero a cambiare il cuore dell’uomo?

«È riuscito nei secoli a cambiarne il cuore perché l’uomo ha in sé quella fragilità che ha bisogno del perdono. Non ha cambiato il cuore per sempre. Lo ha fatto nel passato, nel presente e lo farà nel futuro: è un’azione dinamica che non cesserà mai. La debolezza umana la riscontriamo ogni giorno.

Ne Il villaggio di cartone io mettevo nelle condizioni più umilianti questo crocifisso, abbattuto dal punto centrale del tempio. Ma attenzione: l’atto sublime di Cristo è in qualche modo ricordato attraverso un simbolo che è di cartone rispetto a coloro che, in carne ed ossa, oggi soffrono come vittime. E quindi il vecchio parroco si trova a soffrire quando gli calano il crocifisso ma davvero a patire quando di fronte a quegli emigranti finalmente riconosce il Cristo. E non tanto di lui aveva dubitato ma di quel Dio a cui Cristo si riferisce».

Quel Dio di cui anche Cristo sembra per un attimo dubitare in quel grido lanciato dalla croce.

«Questa cosa è davvero sublime. Il valore del sacrificio e del perdono in Cristo è tanto più alto perché è sofferto da uomo. Non da figlio di Dio inteso come di qualcuno che ha un privilegio rispetto ad altri. Da uomo! Quanti uomini oggi hanno il diritto di dire ‘Dio mio perché mi hai abbandonato’… Dio si assume il privilegio di essere uomo. Per Dio mutare le sorti degli spazi cosmici non sarebbe un problema. Ma non può nulla contro la libertà dell’uomo. È solo l’uomo che può scegliere bene o male per sé e per la vita di tutti. Dio non può. Perché Dio ha dato all’uomo questo libertà e non può tornare indietro».

Tutte le arti, cinema compreso, nell’ultimo secolo si sono occupate della croce riconoscendovi una metafora della sofferenza, ma spesso dimenticando la Resurrezione. Non c’è il rischio la croce senza Pasqua diventi un mito per spiegare l’uomo?

«Non credo. Anche se noi avessimo per Cristo quel rispetto che si merita solo per ciò che ha detto e fatto, significherebbe riconoscergli un primato che metterebbe d’accordo chi è credente e chi no.

Quell’esempio sublime resta immagine e somiglianza di Dio, anche se non ci si crede».

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